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Il Fiore sardo Dop in finale al concorso “Formaggio in Villa”
OLLOLAI. Ancora una volta tra i primi cento selezionati per la finale di “Formaggio in Villa”. Al concorso nazionale riservato ai formaggi migliori d'Italia e suddiviso in 10 categorie, c’è infatti...
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OLLOLAI. Ancora una volta tra i primi cento selezionati per la finale di “Formaggio in Villa”. Al concorso nazionale riservato ai formaggi migliori d'Italia e suddiviso in 10 categorie, c’è infatti il Fiore sardo Dop dell’azienda agricola presidio slow food, Debbene di Macomer, dei fratelli ollolaesi Salvatore e Gianfranco Bussu. Un prodotto biologico che continua a classificarsi come uno dei migliori d’Italia. Che fosse un formaggio di qualità i giudici lo sapevano dall’anno scorso, quando le delicate forme di Fiore sardo si sono classificate seconde nella categoria “stagionato oltre i 24 mesi”. Ora la storia si ripete, con la selezione sempre all’interno della stessa categoria con altri nove colleghi di tutta Italia. Il concorso è alle sue fasi iniziali ma si preannuncia di sicuro effetto scenico e moltiplicatore in termini di pubblicità per il prodotto di nicchia della pastorizia barbaricina. A fine aprile, dal 28 al 1° maggio, Salvatore e Gianfranco saranno a Santa Maria di Sala nella fiera che permetterà al pubblico di degustare tutte le eccellenze in gara. Si procederà poi alla votazione che stabilirà per ogni categoria i tre formaggi che potranno accedere alla finale. Si darà luogo quindi alla seconda fase del concorso che termina con la nomina del vincitore a ottobre. La rassegna veneta si conferma quindi un appuntamento importante per tanti piccoli produttori caseari isolani. Tra i partecipanti sardi classificati ci sono anche caciotta “sa Craberia” di Antonangelo Brau (Carbonia), la caciotta di pecora Casutella di Demarcus (Ozieri), il semistagionato Tiu Ettori di Monzitta e Fiori (Tula), il stagionato Re Marmo di Zanda (Masullas) e il Chevriblu di Argiolas (Dolianova). «Soddisfazione per il nostro lavoro – commenta Salvatore Bussu – che conferma come, nonostante il fiore sardo dei pastori sia una produzione maltrattata e sottomessa a logiche incomprensibili, la qualità è garantita dalle nostre modalità di produzione». Il riferimento, non troppo velato è al muro che si è creato tra il gruppo di pastori che certificano Dop e il Consorzio di tutela che chiede il pagamento di una royalty per continuare a utilizzare il nome “Fiore sardo Dop”. (m.c.)
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