Coinvolta nello scandalo "Sindacopoli" danneggiò l’immagine del Comune, condannata
Paolo Merlini
La Corte dei Conti ha stabilito che la ex responsabile dell’ufficio tecnico di Aritzo dovrà risarcire l’amministrazione. Favorendo il sistema corruttivo ha agito «nel dispregio degli interessi dell’ente»
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NUORO. Un dirigente comunale che nell’esercizio delle sue funzioni agisca in modo illegittimo provoca anche un danno di immagine all’ente per cui lavora. E oltre alle conseguenze penali del suo comportamento, deve rifondere l’erario, nella fattispecie l’ente di cui è dipendente, per il danno di immagine arrecato. Lo sostiene la sezione Sardegna della Corte dei conti in una recente sentenza (presidente Angela Silveri, consiglieri Antonio Marco Canu e Maria Elisabetta Locci) che vaglia la posizione di una imputata del caso Sindacopoli, l’inchiesta della procura della Repubblica di Oristano su appalti di progettazione di opere pubbliche in mezza Sardegna. Il 4 giugno prossimo si decide sul rinvio a giudizio o meno dei principali imputati, tra i quali spiccano l'ingegnere Tore Pinna, dominus del sistema, e il consigliere regionale Antonello Peru. Alcuni accusati hanno già scelto la strada del patteggiamento, e tra questi compare l’ingegnere Sabrina Vacca, all’epoca dei fatti (l’inchiesta nasce nel 2015) responsabile dell’ufficio tecnico del Comune di Aritzo. La professionista, che secondo l’accusa era una dei vari tecnici comunali che agevolavano il sistema degli appalti pilotati, nel marzo 2016 aveva patteggiato e nei suoi confronti era stata applicata la pena di un anno, undici mesi e dieci giorni di reclusione con la sospensione condizionale. Lasciato il ruolo di responsabile dell’ufficio tecnico, oggi continua a lavorare nello stesso municipio con altre mansioni.
La Corte dei conti ha però ritenuto che questo non fosse sufficiente a riparare il danno subìto dal Comune di Aritzo. Secondo il Procuratore regionale presso la Corte, infatti, «la condotta illecita della convenuta, soprattutto se riguardata in relazione ai compiti istituzionali di particolare delicatezza di cui era investita, avrebbe fortemente screditato l’immagine esterna dell’Amministrazione, determinando il venir meno della fiducia dei cittadini nella correttezza dell’azione amministrativa e ricadute negative nell’organizzazione amministrativa e nella gestione dei servizi in favore della collettività, menomandone la funzionalità, provocando un vulnus alla credibilità e alla reputazione dell’apparato, ingenerando la convinzione che il comportamento patologico sia una caratteristica del servizio svolto». A questo il magistrato aggiungeva «il clamor fori che ha caratterizzato la vicenda, assurta alla cronaca come “sindacopoli”, che ha avuto notevole eco presso gli organi d’informazione».
L’ingegnere Sabrina Vacca attraverso il suo legale Andrea Pattarozzi ha respinto tali accuse, sostenendo di aver sempre agito con «professionalità e competenza» e inoltre come «i risvolti mediatici dell’episodio siano risultati modestissimi». Ancora, che aveva «mostrato acquiescenza ai provvedimenti sanzionatori che l’amministrazione le ha inflitto».
Diverso il parere del collegio dei giudici, secondo cui la «condotta delittuosa» di Vacca sarebbe avvenuta «nel più totale dispregio degli interessi dell’Ente rappresentato e delle funzioni pubbliche» come risulterebbe dagli atti processuali; condotta che avrebbe alterato il corretto svolgimento delle gare d’appalto e «vulnerato, inevitabilmente, il fondamentale principio dell’imparzialità e del buon funzionamento degli uffici, posti dall’art. 97 della Costituzione». Per queste ragioni la Corte dei conti ha condannato Sabrina Vacca al risarcimento di 2.140,56 euro a favore dell’erario e in particolare del Comune di Aritzo.
La Corte dei conti ha però ritenuto che questo non fosse sufficiente a riparare il danno subìto dal Comune di Aritzo. Secondo il Procuratore regionale presso la Corte, infatti, «la condotta illecita della convenuta, soprattutto se riguardata in relazione ai compiti istituzionali di particolare delicatezza di cui era investita, avrebbe fortemente screditato l’immagine esterna dell’Amministrazione, determinando il venir meno della fiducia dei cittadini nella correttezza dell’azione amministrativa e ricadute negative nell’organizzazione amministrativa e nella gestione dei servizi in favore della collettività, menomandone la funzionalità, provocando un vulnus alla credibilità e alla reputazione dell’apparato, ingenerando la convinzione che il comportamento patologico sia una caratteristica del servizio svolto». A questo il magistrato aggiungeva «il clamor fori che ha caratterizzato la vicenda, assurta alla cronaca come “sindacopoli”, che ha avuto notevole eco presso gli organi d’informazione».
L’ingegnere Sabrina Vacca attraverso il suo legale Andrea Pattarozzi ha respinto tali accuse, sostenendo di aver sempre agito con «professionalità e competenza» e inoltre come «i risvolti mediatici dell’episodio siano risultati modestissimi». Ancora, che aveva «mostrato acquiescenza ai provvedimenti sanzionatori che l’amministrazione le ha inflitto».
Diverso il parere del collegio dei giudici, secondo cui la «condotta delittuosa» di Vacca sarebbe avvenuta «nel più totale dispregio degli interessi dell’Ente rappresentato e delle funzioni pubbliche» come risulterebbe dagli atti processuali; condotta che avrebbe alterato il corretto svolgimento delle gare d’appalto e «vulnerato, inevitabilmente, il fondamentale principio dell’imparzialità e del buon funzionamento degli uffici, posti dall’art. 97 della Costituzione». Per queste ragioni la Corte dei conti ha condannato Sabrina Vacca al risarcimento di 2.140,56 euro a favore dell’erario e in particolare del Comune di Aritzo.
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