La Nuova Sardegna

Nuoro

Nuova tegola sul Comune: ora deve pagare 1,5 milioni

di Paolo Merlini

Atto di precetto dell’impresa che aveva l’appalto dei lavori dal 1980 al 1999 Tra sospensioni, rivalse e sentenze la storia infinita di un’opera mai utilizzata

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NUORO. Nuova tegola finanziaria per l’amministrazione comunale in seguito a una sentenza di condanna di risarcimento. Al centro del caso, il Centro Polifunzionale di via Roma, l’incompiuta culturale simbolo della città, i cui lavori sono cominciati nel 1980 e sulla carta sono stati conclusi nel 1999, anche se non è mai stata garantita l’apertura per manifestazioni che durassero più di qualche giorno (manca il collaudo). Nei giorni scorsi è arrivato in Comune un precetto da parte dell’impresa che ha tutt’ora un contenzioso aperto con l’amministrazione, la Bosazza Costruzioni srl, peraltro oggi in liquidazione. Forte della sentenza, peraltro non ancora definitiva, la società chiede al Comune un milione 582mila euro a titolo di risarcimento per una complessa vicenda che, come si diceva, risale ormai al secolo scorso.

Il cantiere infinito. La società cagliaritana si era rivolta ai giudici nel 2007 per ottenere un risarcimento di due milioni 809mila euro (più la rivalutazione degli interessi: in totale circa cinque milioni) per “gravi inadempienze contrattuali” nell'appalto dei lavori di costruzione del centro polifunzionale. Per capirne il motivo bisogna fare un bel passo indietro, e tornare al 1980, quando l'amministrazione in carica decide di costruire un centro “polivalente” dove sino a cinque anni prima sorgeva il carcere ottocentesco noto come la Rotonda. Nelle intenzioni sarebbe dovuto diventare un teatro civico. L'impresa Bosazza si aggiudica l'appalto del primo lotto dei lavori per un miliardo e 775 milioni di lire (circa 4,5 milioni di euro di oggi). Siamo nel novembre 1980 e la consegna è prevista un anno e mezzo dopo. In realtà, secondo il costume dell'epoca, i lavori vengono sospesi appena quattro mesi dopo per la prima perizia di variante. Motivazione ufficiale? Adeguare scavi e opere di consolidamento. Resteranno sospesi sino al giugno 1982, per 461 giorni.

Il caso Bellodi. I lavori riprendono per pochi giorni, c'è una seconda perizia di variante: nuova sospensione, stavolta di 477 giorni. Il cantiere riapre nel gennaio 1984, ma il Comune fa sapere di non avere più copertura finanziaria a causa della revisione dei prezzi e dell'aumento dell'Iva intervenuti nel frattempo. È davvero questo il motivo? È bene ricordare che all'inizio del 1985 scoppia il caso Armando Bellodi, incentrato sulla figura del ragioniere capo del Comune accusato di condizionare appalti di opere pubbliche e intascare buona parte dei miliardi a essi destinati. A parte lo scandalo e la vicenda giudiziaria che ne seguì, l'ammanco e lo scossone furono tali che per anni gli amministratori di turno, anche di fronte alla richiesta di riparare una buca stradale, allargavano le braccia sconsolati.

La transazione. Si arriva così alla terza sospensione dei lavori, la più lunga: 2042 giorni. Proprio nel 1985 l'impresa Bosazza avanza la prima richiesta di risarcimento dei danni subiti a seguito delle ripetute interruzioni (un miliardo 871 milioni di lire, circa 4 milioni di euro). Nasce un contenzioso che si risolve nel 1990 con una transazione e con l'impegno del Comune di assegnare alla stessa impresa il secondo lotto, quello considerato conclusivo. I lavori riprenderanno infatti nel settembre 1990, e andranno avanti a singhiozzo sino al 1999, anno della conclusione dell'opera pubblica (giorni totali di sospensione dei lavori: 5303, più di 14 anni) .

La legge Merloni. È proprio attorno all'aggettivo “conclusivo” che ruota tutta la vicenda giudiziaria. Nel 2003 infatti l'amministrazione bandisce un'altra gara d'appalto per l'«adeguamento e completamento» del centro polifunzionale. Se lo aggiudica, per l'importo di un milione 878mila euro, l'impresa Consapro. La Bosazza protesta: ma il lotto conclusivo non spettava a noi? Perché ne spunta un terzo? Da qui la decisione di rivolgersi al tribunale nel 2007 per quella che riteneva la violazione di un accordo. Dal canto suo il Comune ha sostenuto, attraverso i suoi legali, che l'accordo è stato più che onorato, e che la legge Merloni intervenuta nel 1994 avrebbe reso impossibile l'affidamento diretto tramite trattativa privata alla Bosazza, che fra l'altro non aveva neppure partecipato alla gara d'appalto per il terzo lotto.

La sentenza. Nel settembre 2016, il giudice Francesca Lucchesi, peraltro non pronunciandosi definitivamente, rigetta una parte importante delle richieste della società, ma stabilisce il risarcimento per complessivi 686mila euro, più rivalutazione e interessi. Ora è arrivata la richiesta di risarcimento: un milione 582mila euro. Il Comune si opporrà al precetto di pagamento.

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