La Nuova Sardegna

Nuoro

Omicidio Piras, due condanne a 24 anni

di Valeria Gianoglio
Omicidio Piras, due condanne a 24 anni

La corte d’assise d’appello ribalta le assoluzioni di primo grado del fratello e della cognata della vittima, Nico e Alice Flore

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NUORO. Sentenza di primo grado ribaltata – dall’assoluzione si passa alla condanna – ma pena più lieve rispetto alla richiesta di due ergastoli formulata dal procuratore generale Paolo De Falco: 24 anni a ciascuno dei due imputati –il fratello e la cognata della vittima – accusati dell’omicidio premeditato dell’allevatore di Lula Angelo Maria Piras, con il riconoscimento delle attenuanti generiche equivalenti all’aggravante della premeditazione. Ma tra accusa e difesa è stata battaglia fino all’ultimo, tra requisitoria, arringa, e ieri mattina, prima che la corte si ritirasse in camera di consiglio, pure attraverso le repliche e controrepliche. Battaglia su tutto: sulle frasi captate dalle intercettazioni, sul movente, compreso quello alternativo che per la difesa gli investigatori non hanno mai seguito, sulle tracce di Dna rilevato su un paio di scarponi, sul rallentamento o stop di dieci secondi di un’auto davanti a un vecchio casolare del paese. Ma alla fine la corte d’assise d’appello presieduta dal giudice Plinia Azzena, ha ritenuto, evidentemente, che gli argomenti dell’accusa fossero più convincenti di quelli dei avvocati difensori di Nico Piras, Angelo Manconi, e di quello di Alice Flore, Francesco Lai. E che lo fossero così tanto da uscire dalla camera di consiglio poco prima delle 13 di ieri con una sentenza che ribalta il verdetto di primo grado che il 29 giugno del 2017 aveva assolto Nico Piras e la moglie, Alice Flore, dall’accusa di essere responsabili della morte del fratello di Nico e cognato di Alice, Angelo Maria Piras, ucciso il 18 settembre del 2015 nelle campagne alla periferia di Lula da alcuni colpi di fucile caricato a pallettoni, a causa, secondo l’accusa, di alcuni dissidi familiari nati per ragioni di eredità. Sentenza di primo grado ribaltata, dunque: Nico Piras e Alice Flore sono stati condannati a 24 anni ciascuno. A differenza dei giudici della corte d’assise di Nuoro, per i magistrati sassaresi, i due giovani lulesi sono responsabili della morte di Angelo Maria, l’hanno premeditata con cura e per questo devono essere condannati. Stavolta, dunque, e sulla base dello stesso quadro indiziario, la linea difensiva non convince i magistrati del secondo grado di giudizio. Ma serviranno novanta giorni circa per capire quali siano state le ragioni che hanno spinto la corte d’assise d’appello sassarese a emettere una sentenza di segno opposto a quella del primo grado.

Una sentenza contro la quale aveva presentato appello la Procura di Nuoro, con il pm Andrea Ghironi, e che avevano contestato anche i difensori di parte civile: gli avvocati Giovanni Colli, Francesco Mossa e Paolo Canu. E il procuratore generale, De Falco, nel suo intervento finale, ha ripercorso gran parte dei punti chiave del processo, sin dal primo grado di giudizio. A cominciare dal movente che secondo l’accusa avrebbe scatenato la pianificazione dell’omicidio. Il giorno prima del delitto, infatti, come ha ricordato in più occasioni anche la parte civile, tra i due fratelli Piras c’era stato un litigio piuttosto acceso. E poi, sempre stando all’accusa, già da tempo c’erano stati altri scontri legati a questioni di eredità e al possesso di un trattore. E sempre secondo il pg, Alice Flore aveva aiutato il marito Nico a sbarazzarsi di una prova potenziale che lo avrebbe potuto inchiodare al delitto, sbarazzandosi di un paio di scarponi sui quali era rimasta una minuscola traccia del Dna di Angelo Maria. Tutti indizi che gli avvocati Lai e Manconi, nel corso del processo e delle loro arringhe, hanno smontato o quantomeno messo in dubbio anche attraverso alcune consulenze sui tracciati Gps.

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