«Il ragazzo diceva: “L’ho uccisa io, l’ho uccisa io”»

Al via il processo a un imprenditore per l’omicidio stradale di Macomer. Polina, 24 anni, viveva a Sassari

ORISTANO. «Il ragazzo continuava a ripetere: “L’ho uccisa io, l’ho uccisa io». È il racconto di uno degli agenti del commissariato di Polizia di Macomer che la notte del 16 marzo 2018 intervennero per primi all’ incrocio fra via Pietro Nenni e Corso Umberto dove, travolta da un’automobile, trovarono quasi esanime, sull’asfalto, una ragazza di origini russe di 24 anni. Polina Cherednik, che abitava a Sassari. L’intervento dell’autoambulanza e dei medici del 118, che, avvisati da una telefonata, arrivarono quasi subito, non furono sufficienti a salvare la vita di Polina, spirata poco dopo. Quella maledetta notte è stata ricostruita ieri mattina in tribunale a Oristano dove, davanti al giudice monocratico, Serena Corrias, si è aperto il processo con un unico imputato, Michele Antonio La Robina, di Macomer. La Robina, 58 anni, è accusato di omicidio stradale. È infatti il proprietario del suv che era stato rintracciato attraverso le immagini delle telecamere sistemate nella zona dell'incidente, tra via Pietro Nenni e corso Umberto. Assistito dall’avvocata Rossella Oppo, lui si è sempre difeso, dicendo di non averla investita ma anzi, di essersi fermato per soccorrerla. Ieri però, rispondendo alle domande del pubblico ministero, Andrea Chelo, gli agenti della polizia che avevano esaminato le immagini di alcune telecamere di sorveglianza, hanno riferito che all’ora dell’incidente transitò per due volte un suv e poco prima, una berlina. Sulla parte frontale del suv di La Robina, sarebbero stati individuati segni compatibili con l’impatto dell’auto con la vittima. Per la precisione, gli investigatori avrebbero accertato la deformazione della targa frontale del veicolo. A questa soluzione la polizia scientifica di Cagliari, sarebbe arrivata, come ha spiegato l’ispettore Gustavo Desogus, attraverso la comparazione delle fotografie ingrandite della targa deformata con i segni dell’urto, ben visibili sul corpo della vittima. Elementi che per l’avvocata Rossella Oppo, non sarebbero sufficienti. C’è infatti da chiarire (per questo sarà necessario rivedere in aula i filmati delle telecamere)se davvero il suv sarebbe lo stesso dell’imputato e soprattutto, capire per quale motivo non siano stati fatti accertamenti su altre vetture, ad esempio, la berlina passata poco prima del suv.

Quella notte, Polina Cherednik, era stata ad una festa in compagnia del fidanzato, un giovane di Sassari. I due avevano bevuto parecchio ed avevano litigato, e lui aveva fatto scendere dall’auto la ragazza, lasciandola da sola in strada, in una città che non conosceva. Lui se n’era andato, poi, forse pentitosi di quel gesto, era ritornato indietro. Gli agenti della polizia di Macomer lo avevano rintracciato più tardi e lo avevano portato in commissariato. L’uomo, in evidente stato di alterazione psico-fisica, dovuta probabilmente all'assunzione di alcool o droga, aveva raccontato agli investigatori le ultime ore di vita della fidanzata, della serata e del successivo litigio. Da subito gli investigatori avevano escluso responsabilità del ragazzo, dato che da un primo esame esterno, i segni sul corpo della vittima non erano compatibili con la sua Bmw. Il processo riprenderà il 29 maggi. I familiari della vittima che si sono costituiti parte civile con l’avvocato, Simone Giua.



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