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Nuoro

Don Mariani: «In città nessuno è rimasto solo»

di Paolo Merlini
Don Mariani: «In città nessuno è rimasto solo»

«La solidarietà dei nuoresi mi commuove», dice il prete sociologo e giornalista In prima linea con la Caritas per aiutare le famiglie disagiate e gli anziani

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NUORO. Come si svolge la quarantena di un sacerdote, per di più impegnato nel sociale e nella solidarietà? Ne parla Francesco Mariani, al telefono dalla parrocchia di San Giuseppe, una delle più importanti della città, che guida dal 2012. «Non mi chiami prima di mezzogiorno, però, sto aspettando un vitello». Un vitello? «Macellato, con bolli e controbolli. È carne destinata a quaranta famiglie in difficoltà», dice il sacerdote dai natali orunesi, 63 anni, laurea in sociologia alla Sapienza con tesi sulla “Dialettica dell’illuminismo” di Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, quanto di più lontano da una visione ecclesiastica della filosofia politica; giornalista pubblicista dal 1983, è responsabile della comunicazione della Curia nuorese, firma storica del settimanale L’Ortobene e voce di Radio Barbagia, dove ogni mattina cura una rassegna della stampa isolana nella quale non fa sconti a nessuno, compreso il giornale che state leggendo. Ancora, è stato per diversi anni direttore della Caritas cittadina, e oggi è il presidente dell'associazione Don Graziano Muntoni che ne è il braccio operativo. 

Come vive la quarantena un sacerdote?

«Per quanto riguarda gli orari la mia giornata non è cambiata di molto. Alle 7 celebro la messa, alle 8 faccio la rassegna stampa, alle 8.30 sono di nuovo in parrocchia sino alle 13, con la chiesa aperta, poi riapro dalle 15 alle 19».

La messa come si svolge?

«A porte chiuse, senza nessun fedele, come stabiliscono le norme antiCovid. Poi, durante la giornata, chiunque può entrare in chiesa con le dovute cautele. Posso dire che viene molta gente per raccogliersi in preghiera, di tutte le età».

L’impegno della Caritas è aumentato?

«Decisamente, ma voglio mettere l’accento su un aspetto positivo. A Nuoro c’è una solidarietà commovente, e per me non inaspettata, nel senso che la fase che stiamo attraversando ha messo in risalto qualità che già conoscevo nella mia comunità. Parlo della disponibilità personale di molti a svolgere servizi rivolti alle persone più disagiate, o del numero di donazioni. Si dà una mano anche con gesti semplici, come andare a fare la spesa o commissioni per chi non può spostarsi da casa».

La platea delle persone che generalmente si rivolgono alla Caritas è aumentata?

«Sì, e di molto. Sono tante le attività che hanno chiuso, altrettanti i lavoratori precari che portavano a casa 400 o 500 euro al mese e ora sono rimasti senza nulla. Adesso arriveranno i 600 euro stanziati dal Governo, ma credo che non tutti li riceveranno. Aggiunga poi che il tradizionale riserbo barbaricino agisce da deterrente nelle richieste d’aiuto: se ha notato, quando i supermercati hanno promosso la spesa solidale, lasciando carrelli con alimenti a disposizione di chiunque, quasi nessuno ne ha usufruito. Il nuorese ha un comportamento molto dignitoso. Per molti anche rivolgersi alla Caritas non è semplice»

Tre anni fa lei sollevò il problema del cosiddetto accattonaggio in città. Una posizione che fece discutere e si prestò a qualche strumentalizzazione, vedi il leghista Salvini che la arruolò d’ufficio tra le fila degli antimigranti. Oggi quelle persone che chiedevano spiccioli all’entrata dei market sono scomparse della circolazione. Dove sono finite?

«Salvini equivocò la mia denuncia: ritenevo che dietro quelle questue ci fosse un giro organizzato, non mi riferivo alle singole persone. Le stesse che oggi ricevono aiuti a domicilio nella gran parte dei casi. Tra loro non mi risulta ci siano senzatetto: quelli ospitati al centro di accoglienza notturno del Comune sono nuoresi (quattro persone, ndr). Credo che nessuno in città sia rimasto solo».

Da sociologo come vede il futuro più prossimo?

«Spero che questa difficile prova ci aiuti su due versanti. Il primo è che ci educhi a una cultura del lavoro e della responsabilità. Non solo come mezzo di sostentamento ma per esprimere la dignità della persona. L’altro aspetto è la necessità di valorizzare le relazioni umane. Stando in casa abbiamo riscoperto l’importanza della famiglia, vissuto la nostalgia dei rapporti amicali. In futuro dovremo estendere questo atteggiamento verso tutto il prossimo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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