La Nuova Sardegna

Nuoro

L’appello: chiudete il Cpr di Macomer

di Giulia Serra
 L’appello: chiudete il Cpr di Macomer

La richiesta dell’associazione Asce e della campagna LasciateCIEntrare

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MACOMER. «La presenza dei Cpr è una vergogna e una minaccia per l’ordinamento democratico dello Stato italiano. Finché esisteranno spazi del genere, dove la regola è l’arbitrio del più forte, il silenzio delle vittime, il lucro di privati sulla violenza di Stato, nessuno potrà realmente considerarsi al sicuro. I Cpr devono essere chiusi. Cominciamo da Macomer». Così scrivono l’Asce – associazione sarda contro l’emarginazione e la campagna LasciateCIEntrare lanciando un appello per la chiusura delle strutture detentive per migranti partendo da quella aperta a gennaio in Sardegna, a Macomer. L’iniziativa prende le mosse dall’ultimo ennesimo caso registrato dentro l’ex carcere di Bonu Trau, dove un giovane è caduto nel vuoto mentre protestava per la proroga del trattenimento disposta dal giudice di pace. «Data l’opacità estrema del Cpr – si legge nel comunicato stampa delle associazioni – solo con gesti estremi sembra sia possibile tentare di forare la cappa di silenzio e la feroce indifferenza di noi tutti a questa orribile e inutile sofferenza inflitta a degli esseri umani per l’unica colpa di essere entrati in Italia senza essere europei, o ricchi. L’ultimo ad avere compiuto un gesto del genere è I., 28 anni, proveniente dal Benin, una vita difficile, di duro lavoro, funestata dalla povertà e da tragedie familiari in Benin, dalla guerra in Libia, dal razzismo di Stato in Italia. Ha rischiato di morire giovedì scorso, dopo essere caduto dal muro di cinta del Cpr di Macomer, su cui si era arrampicato come gesto eclatante di protesta dopo la terza conferma in udienza del suo trattenimento nel centro. All’udienza – sottolineano l’Asce e LasciateCIEntrare – la famiglia di volontari che lo ha sostenuto in questi anni, tramite l’avvocato del giovane, aveva presentato un contratto di locazione di uso gratuito per l’alloggio, una proposta di assunzione come operaio generico e una petizione di cittadini che conoscono I., a testimoniare la sua buona condotta negli anni e la realistica opportunità di riscatto e riabilitazione». Il giovane, alla fine degli ulteriori 30 giorni di reclusione disposti dal giudice, avrà trascorso dentro il Cpr macomerese 117 giorni.

«Proviamo ad immaginare – è l’invito alla riflessione dei promotori dell’appello – cosa possa voler dire essere rinchiusi senza alcun motivo, senza sapere per quanto, isolati dall’esterno, ammassati in spazi dall’igiene precaria, dimenticati, in balia dell’arbitrio di burocrati e guardiani, nel mezzo di una pandemia che può solo alimentare l’isolamento e la paura, rendendo ancora più difficile la comunicazione con l’esterno».

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