La Nuova Sardegna

Nuoro

Lollove, digital free e visitatori felici

di Simonetta Selloni
Lollove, digital free e visitatori felici

L’unica frazione del capoluogo punta sul movimento sostenibile ma chiede alcune infrastrutture per l’accoglienza

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NUORO. Pare che il vescovo confessore di Lucrezia Borgia fosse di Lollove: e se si considera che nel 1500 anche il comune natìo era chiamato a contribuire al dei vescovi, si capisce come il borgo rivendichi, a cinque secoli di distanza, una dignità certificata dalla storia. Per venire ai giorni nostri, la frazione di Nuoro, attualmente 13 residenti e poco più di venti case praticabili, ha una bella schiera di sostenitori e punta ad averne molti di più, sfruttando a suo favore caratteristiche che altrove sembrerebbero dei punti a sfavore. «Intanto questo è un posto digital detox: il ritorno alla natura e al silenzio è vero, reale. I ritmi sono rallentati e il borgo ha mantenuto le sue caratteristiche medievali», dice Simone Ciferni, giovane che con la famiglia ha aperto un agriturismo. Ciferni è parte di un gruppo di animazione, così si sono chiamati, il cui obiettivo è sviluppare un progetto di recupero e di valorizzazione di Lollove. «Perché investire a Lollove? La domanda è perché non investire», dice Roberto Chessa, che con Mario Gusai, Dino Tedde e Ciferni - ma è solo la punta dell’iceberg - conducono il rilancio del borgo dove il Nobel Grazia Deledda ambientò “La madre”. Parlano con i dati: «Lollove già da tanto tempo è al cento di un turismo qualificato che arriva anche dall’estero. La nostra storia, la nostra cultura ci pongono all’attenzione di chi sceglie di venire appositamente qui». Fino agli anni ’60 erano cinquecento i residenti, poi dispersi per ragioni di lavoro, vita. «Ma ce ne sono migliaia, nel mondo», dice Gusai, che a Lollove è rimasto fino ai 16 anni.

Ci sono alcuni punti imprescindibili se si vuole che Lollove giochi la carta del turismo sostenibile. «Intanto Lollove rientra nel Piano particolareggiato di Nuoro, come suo centro storico. Servono infrastrutture minime, prima di tutto l’adeguamento della strada di accesso e la realizzazione di uno slargo o di una piazza per far parcheggiare le macchine», dicono. Arrivare a Lollove non può significare infilarsi in un imbuto, questo è il punto. E poi serve un parco: nel centro del paese, alberi, panche, fontane, l’abc dell’accoglienza per chi arriva, una sorta di “camera di compensazione” prima di immergersi nel borgo, a soli 15 chilometri dal capoluogo.

Poi c’è tutto un programma per valorizzare le tante case- un centinaio - che potrebbero fare di Lollove una sorta di albergo diffuso. Locali da recuperare, strade da curare. Serve la mano pubblica, è evidente. Ma i lollovesi, riusciti a mantenere la loro identità fino a oggi, fanno professione di fiducia. Chiedono le attenzioni di chi amministra, e mettono a disposizione le loro idee, convinti che il borgo possa diventare paradigma di quel turismo culturale e ambientale che preferisce lo slow motion.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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