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cronaca

«Un epiteto incastrò i rapinatori»

Processo per il sequestro lampo di Orosei. In aula uno degli investigatori che condusse le indagini  


06 febbraio 2021 di Kety Sanna


NUORO. Omicidi, truffe, rapine, furti di bestiame. C’è un filo rosso che lega personaggi ed eventi che negli ultimi anni hanno segnato la tranquillità della piana della Baronia, con date che si ripetono e collegano storie inquietanti, rese indelebili e ogni volta rinnovate. Il 3 ottobre 2007 avvenne il sequestro lampo e la rapina alla Banca Intesa di Orosei; in quello stesso giorno, ma dell’anno successivo, venne ucciso a fucilate l’allevatore di Irgoli, Pier Paolo Serra, considerato dagli inquirenti il capora’, uno dei componenti della banda che mise a segno il colpo all’istituto di credito. Ieri mattina al processo che vede imputati per quel fatto Giovanni Sanna “Fracassu”, 51 anni di Macomer, e Graziano Pinna, 41enne di Borore (difesi rispettivamente dagli avvocati Desolina Farris e Aurelio Schintu), è stato ricostruito il modus operandi e la rete di relazioni tra i presunti responsabili della rapina che, per non essere perseguiti, usavano una lingua fatta di detti, non detti, codici, frasi e riti indecifrabili. Davanti alla Corte d’Assise di Nuoro (presidente Cannas, a latere Ponti) ha deposto il maresciallo dei carabinieri, Michele Chessa che rispondendo alle domande del procuratore aggiunto della Dda di Cagliari, Gilberto Ganassi, ha ripercorso le indagini partite subito dopo il sequestro finalizzato alla rapina.

Il teste «Quel giorno per prima cosa avevamo sentito le vittime: Gian Paolo Cosseddu, direttore dell’istituto di credito, la moglie Pietrina Secce, costretti a un’angosciante notte in compagnia di uomini armati pronti a tutto, e il cassiere Marco Palimodde. Avevamo visionato gli impianti di videosorveglianza della banca e di alcuni esercizi commerciali; interrogato alcuni vicini di casa del bancario, e attivato diverse intercettazioni ambientali e telefoniche. In particolare – ha detto il teste – dai video della pescheria “Il Pescatore” di Orosei, avevamo notato il fuoristrada Pajero di cui aveva parlato anche il direttore, passare per ben 12 volte tra le 5,51 e le 7,50. Era lo stesso mezzo, con il faro anteriore destro rotto. Da successive ricerche era emerso che quel veicolo era stato fermato dai carabinieri di Iloghe e risultava intestato a Pier Paolo Serra (ossia il capora’ con il quale i sequestratori dall’interno della banca comunicavano attraverso ricetrasmittenti per avere da lui indicazioni su come agire ndr)».

L’uomo che usava schede telefoniche intestate a terzi, secondo gli inquirenti conduceva un tenore di vita incompatibile con la sua dichiarazione dei redditi. Oltre al Pajero possedeva anche un’Audi A4, e stava finendo di realizzare una villetta con arredi di pregio. L’allevatore che si sarebbe reso responsabile di furti di bestiame, truffe alle assicurazioni e una rapina al portavalori del Monopolio, aveva acquistato in società un bar a Olbia, poi distrutto da un incendio doloso. Dalle intercettazioni erano emersi i contatti tra Pier Paolo Serra, gli imputati Sanna e Pinna, e anche Gianni Nieddu, l’allevatore di Sedilo assassinato il 22 ottobre 2013 a Tossilo.

«Durante le conversazioni, per identificarsi usavano degli epiteti – ha aggiunto il maresciallo Chessa –: “ciccio”, “melone”, “porco” tra i più usati. Ma l’unico a chiamare Pier Paolo Serra con il nome capora’ era Pinna. I contatti tra loro erano frequenti, si vedevano spesso. Serra e Giovanni Sanna, invece non indicavano mai né luoghi né nomi quando si sentivano. Usavano un linguaggio criptato».

La difesa Il controesame del teste da parte degli avvocati della difesa è partito con domande su alcuni soggetti, verso i quali si era concentrata l’attenzione degli inquirenti nella fase successiva alla rapina. In particolare, l’avvocato Farris, si è soffermata su Leonardo Vedele e alcuni suoi familiari, vicini di terreno di Cosseddu. «Non avevamo trovato elementi di interesse – ha tenuto a sottolineare il maresciallo – così avevamo escluso il loro coinvolgimento». Quindi l’attenzione dei legali si è spostata sui tabulati e in particolare sulle celle che i telefonini dei due imputati agganciavano il 3 e il 4 ottobre 2007. «Com’è possibile – ha detto l’avvocato Schintu – che il cellulare di Pinna, alle 8,09 del 4 ottobre agganciasse prima la cella di Borore e poi quella di Silanus? «C’era la segreteria – ha detto il teste –. Comunque, se un ripetitore è sovraccarico, il segnale si trasferisce alla cella vicina». L’ultimo contatto registrato sul telefono di Sanna risaliva, invece, alle 21,58 del 2 ottobre e impegnava la cella di Macomer. Il dispositivo era stato riacceso il 4. L’udienza si è chiusa con la testimonianza di Francesco Pirisi, confinate di Cosseddu. Quella sera i suoi cani abbaiavano di continuo e puntavano il muro di cinta. «Non avevo visto nulla di strano perciò ero rientrato a casa. Seppi del fatto il giorno dopo».

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