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Le testimonianze in una lettera e in una novella

Le testimonianze in una lettera e in una novella

Era l’ottobre del 1899 quando Grazia Deledda (nella foto), allora 28enne, scriveva a Luigi Falchi: «Spesso vado in campagna suggestiva: una pianura melanconica, deserta, senz’alberi. La nostra vigna...

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Era l’ottobre del 1899 quando Grazia Deledda (nella foto), allora 28enne, scriveva a Luigi Falchi: «Spesso vado in campagna suggestiva: una pianura melanconica, deserta, senz’alberi. La nostra vigna è l’ultima; due pini alti fremono continuamente sotto il cielo d'un azzurro triste di viola mammola; al di là cominciano le “tancas” melanconiche, animate solo da qualche greggia, e sembrano sconfinate. Da sotto il pino (ove è inciso il nome di Sebastiano Satta che deve aver sentito la triste poesia di questo luogo) io guardo la vastità desolata e desidero andare, andare attraverso questa infinita eppur dolce tristezza della natura sarda. Chissà? Se diventerò ricca, mi farò la casa qui sotto l'incensante murmure dei pini… ». Non soltanto: Grazia Deledda ha anche scritto una novella “Sotto il pino”, pubblicata postuma nella raccolta “Il cedro del Libano” (Garzanti 1937). «La località prendeva nome da questo pino solitario, superstite forse di antichissime foreste che neppure la tradizione ricordava: tanto più straordinario, oltre che per la sua grande altezza e il volume dei suoi rami potenti, per la sua quasi miracolosa vita in quell’estensione di pianure onduleggianti quasi selvagge ed aride, prive di ogni altra vegetazione. Vi allignavano solo i fichi, bassi, tozzi, grossi, con certi tronchi e rami biancastri che parevano membra di giganti storpi ripiegati sulla loro sconfitta: e anche la vite, che un volenteroso agricoltore aveva tentato di piantare su certe distese volte ad oriente verso le lontananze dei monti, ma che dava un vinetto chiaro, aspro, stentato... ».

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