La piccola Grazia Deledda sogna già la sua “evasione”

Le primissime lettere della futura scrittrice a Paolina Satta sua amica di Olzai 

OLZAI. «L’uomo più buono del mondo ch’io ho conosciuto era il mio padrino: e non poteva essere che tale, se era l’amico intimo di mio padre». Così Grazia Deledda nella deliziosa raccolta “Il dono di Natale” parla del possidente Francesco Satta di Olzai, il paese che allora sembrava tanto distante da Nuoro. Infatti per raggiungere la città, l’amico più caro del padre impiegava cinque ore a cavallo, ma giunto a destinazione pareva avesse volato, tanto il suo viso era fresco: sulla morbida barba candida gli rimaneva il riflesso delle bianche nuvole vagabonde sopra il monte Gonare, e negli occhi la “placidezza” della luna nuova.

«Una volta mi portò un piccolo muflone – racconta la scrittrice – e tutta l’aria vasta della montagna e l’irrequietudine misteriosa dei boschi entrò in casa con la graziosa bestia, ch’era ancora allo stato selvatico ma timida e buona di bontà naturale. Tutti gli altri animali addomesticati che popolavano quell’arca di Noè che era il nostro cortile, respirarono nell’odore del muflone l’aria natìa delle macchie e dei covacci fra le rupi; lo circondarono quindi come per salutarlo: esso però aveva paura anche delle lepri, e d’un balzo fu sopra la legnaia come in cima ad un monte. E ci volle la pazienza e l’agilità del padrino per farlo ridiscendere in pianura».

Probabilmente tutto ebbe origine per motivi commerciali, quando l’uomo d’affari Antonio Deledda entrò in contatto con il facoltoso proprietario olzaese.

«Mio padre conduceva il suo amico in cantina, donde risalivano ridendo come bambini. Dopo la cena rimasero loro due soli a tavola, con la bottiglia che s’inchinava ora verso l’uno ora verso l’altro salutandoli, poi si rialzava e pareva ascoltasse i loro discorsi interrompendoli di nuovo coi suoi inchini quando accennavano a diventare melanconici... Il canto del gallo metteva punto e basta ai loro racconti. E anche la bottiglia non s’inchinava più perché non aveva più forza né volontà: era vuota».

In una di quelle notti i due furono chiamati a vedere la bambina appena nata, che trovarono adagiata dentro un canestro vicino al focolare. «Ecco una bella occasione per diventar compari». «Benissimo; e come la chiameremo?». «La chiameremo Grazia». Fu così che l’ospite diventò il padrino di Grazia.

Pochi anni dopo Paolina, figlia di Francesco, poté frequentare a Nuoro le prime classi elementari, grazie all’ospitalità della famiglia Deledda: era un fatto eccezionale per quei tempi, dato che si mandavano a studiare solo i maschi.

Paolina era più grande di Grazia, si piacquero, divennero amiche e in seguito si scambiarono lettere e ospitalità, specie in occasione delle feste paesane e del carnevale.

Il Fondo Meloni Satta del Comune di Olzai conserva «le primissime lettere della Grazia fanciulletta di 15 anni», rappresentate da quattro autografi indirizzati all’amica Paolina. Nel loro stile spigliato e canzonatorio, andrebbero lette come un importante esercizio di scrittura, “primitive” prove letterarie per collocazione temporale e ma anche per l’acerbità della forma.

Nell’unico esemplare sfuggito alla stampa in volume, datato 7 agosto 1888, si può leggere: «Però vedi, mi dispiace molto la brutta notizia che mi dai, che cioè non verrai neanche quest’anno ad abbracciarci, quest’anno che ti aspettavamo di sicuro. E anche tu, così mi scrivi, ci aspetti per Santa Barbara. Ma sai, non vi meritate punto la nostra visita, voi che non venite mai, o se venite, fuggite via subito, come da un brutto luogo. Tuttavia forse quest’anno io verrò ad Olzai per passarvi alcuni giorni, tanto felici accanto alla tua buona ed amata famiglia... Come sai, ci fanno le ferrovie che progrediscono assai bene; quando saranno finite, andremo assieme a Cagliari, a Sassari e a tanti bei luoghi, vero?».

In altre parole, già da allora cominciava a prendere le misure per l’evasione.

Nelle altre lettere Grazia rimprovera l’amica di “freddezza” per non avere più ricevuto sue notizie: «... il mio furore scoppiò e stava di giurare di non più scrivervi». Ma alla fine si scusa riconoscendo di trattare le amiche in “modo rozzo”. Parla del colera scoppiato a Tolone e Marsiglia, e nega come causa il “caldo eccessivo” perché l’epidemia infierisce anche nella Russia settentrionale.

Più volte tira in ballo il colera per burlarsi dell’amica, quando ipotizza che il morbo funesto fosse giunto fin lì e l’avesse rapita: «... ma non tocca agli olzaesi temere il colera… risparmierebbe Olzai per la sua posizione e per la santità dei suoi abitanti».

In seguito, la lontananza diradò le occasioni d’incontro, ma continuarono a scriversi, in nome del «dolce passato» che non sarebbe più tornato. Paolina condusse una vita ritirata, senza ambizioni di sorta, con l’unico svago della «conversazione con Carmelita e sua sorella», le due cugine. Grazie ai beni ereditati e a una insignificante attività commerciale, visse dignitosamente da nubile. Finché non decise di destinare le sue sostanze al locale Asilo infantile, dove le suore vincenziane l’accolsero negli ultimi anni di vita.

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