Blue tongue alle porte di Nuoro

A Marreri colpita l’azienda dell’allevatore e leader del gruppo degli Istentales Gigi Sanna: «Ora chi pagherà per le perdite?» 

NUORO. Quel che più si temeva è accaduto: nel giro di un paio di settimana la bomba della Blue tongue è deflagrata in tutta la sua drammaticità. In mancanza di un’adeguata opera di prevenzione, e con le rimonte vaccinate solo in parte, ha superato i confini percorrendo la Sardegna in lungo e largo. Ieri, dopo aver fatto la sua comparsa nel Sarrabus e nel Gerrei, due i focolai a Villaputzu e altrettanti a Escalaplano, il contagio ha colpito anche nel territorio comunale di Nuoro. Nella vallata di Marreri. Dove ha mietuto le prime cinque vittime. Cinque bestiole che ieri pomeriggio, dopo la visita del veterinario della Assl nuorese, che ha prelevato la milza da inviare all’istituto zoo profilattico per le analisi, attendevano di essere sotterrate, a spese del proprietario, mentre tutt’intorno un’altra trentina di esemplari accusava la sintomatologia del morbo che provoca febbre, mastiti, aborti e calo della produzione di latte. «Anni di fatica per costituire un gregge, un attimo per vederlo svanire nel nulla» dice Gigi Sanna, l’allevatore nuorese a capo della band Istentales. Giunto di buon’ora nella sua azienda di Marreri si è visto cadere il mondo addosso. «Mi sono reso conto che le pecore stavano male, i sintomi della lingua blu c’erano tutti: la pancia gonfia e i noduli nel collo» racconta Sanna che conferma quanto si dice da giorni, e cioè che all’origine del diffondersi del contagio, in particolare nelle zone a rischio come il Nuorese e l’Ogliastra, vi siano proprio i ritardi nella profilassi imputabile alla carenza di veterinari. «Qui – denuncia Sanna – non è venuto nessuno per vaccinare le greggi, in barba a chi continua a parlare di prevenzione.

Di mancata prevenzione in effetti si tratta perché dei veterinari assunti a tempo determinato da Ats per contrastare il morbo per chiudere la campagna vaccinale entro il 31 luglio così come prescritto dal Piano regionale, in pochissimi sono arrivati nei territori da sempre più suscettibili al virus mentre. Nelle zone meno a rischio, come nel sassarese e nel cagliaritano, i veterinari sono stati impiegati per il tracciamento Covid. Non solo, nonostante la vaccinazione fosse l’unica arma per contrastare il diffondersi del virus e creare un cordone sanitario intorno alle zone infette, i rinforzi si sono visti solo ieri, a più di una settimana dalle disposizioni dell’Unità di crisi. Ad onor del vero il servizio di Sanità pubblica veterinaria e sicurezza alimentare dell’assessorato regionale, a capo dell’organismo chiamato ad affrontare l’emergenza, già nei mesi scorsi, aveva chiesto all’azienda unica di ridistribuire i professionisti sulla base dei carichi di lavoro e secondo le priorità stabilite dalla Carta del rischio stilata dall’Osservatorio epidemiologico veterinario regionale. Inutilmente. I veterinari sono arrivati tardi, la malattia è sfuggita al controllo. Sono i numeri ad attestare le proporzione di una tragedia annunciata con i 72 focolai riscontrati nella sola Sardegna centrale che hanno coinvolto anche bovini e caprini. E ora si inizia con la conta dei danni. «Chi pagherà per le perdite? – chiede Sanna –. Chi – incalza l’allevatore – continuerà a pensare di non dover far fronte alle proprie responsabilità? Chi penserà che gli allevatori possano aspettare anni per ricevere un’elemosina a fronte di tutte le morti dei capi causate solo dalla negligenza ?». L’ultima ondata di Blue tongue, quella delle 2017, ha lasciato sul campo molte vittime. Moltissime pecore e anche tante aziende che non sono riuscite a risollevarsi.

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