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Nuoro

Violentò una bimba: condannato a 7 anni

di Kety Sanna
Violentò una bimba: condannato a 7 anni

L’imputato di San Teodoro è stato incastrato dal racconto della vittima e dal suo Dna sulla biancheria della piccola

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NUORO. È stato condannato a sette anni di reclusione per violenza sessuale. Esattamente quanti ne aveva chiesto il pubblico ministero Giorgio Bocciarelli alla fine della sua requisitoria. La sentenza è arrivata ieri mattina, al termine dell’udienza fissata per repliche, che non ci sono state e che, invece, si è caratterizzata per le dichiarazioni spontanee che l’imputato, un uomo residente in una frazione di San Teodoro, ha voluto rilasciare prima che i giudici del collegio, presieduto da Luisa Rosetti, si ritirassero in camera di consiglio. L’estremo tentativo di dimostrare la sua assoluta estraneità rispetto ai fatti contestati, nonostante la presenza del suo Dna nella biancheria intima della bambina, lo inchiodasse. E se per il pubblico ministero e il difensore di parte civile (l’avvocata Antonietta Calia tutelava gli interessi della vittima e dei suoi familiari), quella era la prova schiacciante su cui si basava l’impianto accusatorio, per l’avvocato Giuseppe Mocci, difensore dell’imputato, non era determinante, in quanto la bambina, amichetta del figlio, frequentava quell’abitazione, e poteva essere entrata in contatto con indumenti sporchi che l’uomo spesso lasciava in giro per casa. Quindi quelle tracce di materiale biologico potevano essere finite per “contaminazione” sugli abiti della piccola, che all’epoca aveva 10 anni. I fatti contestati risalgono al settembre 2020. Secondo l’accusa, l’imputato aveva approfittato della presenza della ragazzina che era andata a bussare a casa sua per cercare il figlio, in quanto era convinta che avesse preso il suo skateboard. L’uomo che in quel momento era da solo, avrebbe abusato della piccola che, la sera stessa, aveva raccontato tutto alla sua vicina di casa. Storia confermata poi alla mamma, che qualche giorno dopo aveva sporto denuncia alle forze dell’ordine. Aveva consegnato loro gli indumenti che la figlia indossava quel giorno. Tracce del Dna dell’imputato erano state trovate sui pantaloni e sulle mutandine della bambina che aveva confermato quanto accaduto all’interno della casa del vicino.

Secondo la difesa dell’imputato, un racconto non veritiero e poco attendibile, che però, è riuscito a sopravvivere a mille contraddizioni. A iniziare dall’abbigliamento che la ragazzina indossava: non pantaloni lunghi, come lei stessa aveva descritto nell’incidente probatorio, bensì pantaloncini corti. Per finire, poi, con la descrizione di come sarebbero avvenuti i fatti.

«Nonostante tutto, questa sentenza lascia l’amaro in bocca – ha commentato la parte civile alla fine del processo –. Si dovrebbe riflettere sull’impatto che fatti così hanno sulla vita di chi li subisce. Ferite psicologiche che non sempre è facile superare. La vittima – ha aggiunto l’avvocata Calia – porta nel suo decorso evolutivo le tracce dell’evento traumatico che solitamente ne devia il normale sviluppo». Intanto l’avvocato Mocci ha annunciato ricorso. «Attenderemo le motivazioni e impugneremo la sentenza».

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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