I vini e il territorio: sul caso Mamoiada incontro con l'opinion leader
Ian D’Agata a Vinitaly aveva parlato della virtuosa relazione tra territorio e beni identitari che distingue il paese barbaricino nel panorama enologico locale e internazionale
Mamoiada Li ha tenuti a battesimo nell’ultima edizione del Vinitaly di Verona raccontando il caso virtuoso Mamoiada, ora arriva in paese per una riflessione che continua e che ha a che fare con il territorio e i beni identitari. Ian D’Agata uno degli opinion leader dell’universo enologico invitato dall’associazione Mamojà, l’associazione dei viticoltori di Mamojada, farà un intervento sul fenomeno per tanti aspetti nuovo, nell’attuale mondo del vino locale e internazionale. «Ian D’Agata non ha bisogno di presentazioni, lo ringraziamo per aver accettato il nostro invito sia per tenere questo incontro, sia per partecipare con noi ai festeggiamenti della nostra Madonna della neve, Loreta Attesu, di cui la festa, nella chiesetta dedicata e immersa nei nostri vigneti, è uno dei momenti fondanti della nostra comunità», dice Giovanni Ladu, presidente dell’associazione dei viticoltori Mamojà. L’appuntamento è per sabato 5 agosto, alle 18, al Centro sociale di via Vittorio Emanuele II, e verterà su “L’immagine di un territorio: il caso Mamoiada”. E il paese dei mamuthones in questi ultimi 20 anni è davvero diventato un caso da studiare a livello nazionale ed internazionale.
I numeri danno subito il polso della situazione di quanto l’econonomia e il paesaggio si siano legati al vino. Con i suoi 2.500 i suoi abitanti, 350 gli ettari vitati per lo più a cannonau e con superfici, che divengono sempre più importanti, di un bianco autoctono la Granatza. Le cantine nel territorio sono una quarantina, 25 nell’associazione Mamojà.
«Le prerogative fondanti dell’associazione sono valorizzare il territorio attraverso il vino nel rispetto dell’ambiente e delle persone. Dal punto di vista ambientale la viticoltura praticata è a basso impatto da sempre per l’alta vocazione del territorio, ma c’è un progetto in atto di viticoltura biologica con la dotazione del territorio di centraline meteo diffuse in ogni areale e lo sviluppo dei dati, permettono una efficace difesa contro le patologie della vite, con l’uso di basse dosi di rame e zolfo e corroboranti che stimolano le difese della pianta», continua Giovanni Ladu. In cantina invece si fa basso uso di coadiuvanti con la pratica di fermentazioni spontanee e pochi solfiti. I vini crescono sempre più in qualità e bevibilità e rappresentano oggi una realtà a sé in ambito regionale e vanno oltre il generico racconto del vitigno Cannonau, arricchito qui di particolarità che ne fanno un vero e proprio vino di territorio. Il rispetto delle persone passa invece nel favorire la nascita di tante aziende familiari che seguono direttamente i loro vigneti e sono i giovani i primi attori che fanno questa attività e rimangono nel territorio non emigrando, come invece avviene in tutte le zone interne della Sardegna che si stanno spopolando.
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