La Nuova Sardegna

Nuoro

Parliamone...

Paulicu Mossa sale sul palco di Sanremo

di Luciano Piras
Paulicu Mossa sale sul palco di Sanremo

Mahmood più il tenore “Remunnu ’e Locu” di Bitti uguale Letteratura sarda

3 MINUTI DI LETTURA





E così, alla fine, anche noi sardi scopriremo che abbiamo una Letteratura sarda. Intanto, per non farci mancare nulla, abbiamo appena scoperto che in Sardegna esiste il canto a tenore. Non quello lirico, quello solistico del do di petto di tali Luciano Pavarotti o Placido Domingo per intenderci, e neppure quello del nostro amato nuorese Piero Pretti... no, non quel tenore. Quello della “s” ballerina, invece, tenore, tenores, quello che in Sardegna fa scornare i puristi con i modernisti, gli antichi e antiquati con i progressisti e innovatori più spinti. Lo sapeva tutto il mondo che la terra dei nuraghi è anche terra di canto a tenore. “Patrimonio immateriale dell’umanità”: l’Unesco l’ha messo nero su bianco già nel 2005. Ma evidentemente non bastava. C’è voluto Sanremo, o meglio: c’è voluto il 74° Festival della canzone italiana per far sapere a noi sardi che abbiamo nell’isola nostra l’arte delle quattro voci: bassu (basso), contra (contralto), mesu oche (mezza voce) e oche (voce).

Ci sono voluti Mahmood di sangue oroseino e i tenores... pardon... e il tenore Remunnu ’e Locu di Bitti per farci capire quanto è bello e profondo il mare nostrum, quanto è bella e profonda la nostra cultura tradizionale. Che dico tradizionale? Cultura, punto e basta. Già sentir dire che il canto di Dino Ruiu (voce), Andrea Sella (mezza voce), Pierluigi Giorno (contra) e Mario Pira (bassu), è canto del folclore tipico isolano fa accapponare la pelle, è un’espressione obbrobriosa. Quando inizieremo a parlare di canto a tenore come di canto o musica punto e basta, beh, allora forse avremmo capito il vero valore del patrimonio che abbiamo tra le mani. Del resto era stato proprio un bittese illustre a metterci in guardia dall’uso improprio delle parole. Era stato Michelangelo Pira nel suo “La rivolta dell’oggetto”, anno domini 1978, a chiedere per quale motivo quando si parla di opera lirica come pure quando si parla di orchestra il riferimento immediato è alla musica colta, mentre invece quando di parla di canto a tenore come pure di canto a chitarra o di launeddas il riferimento è solo e soltanto al folclore. Come se il folclore fosse un dente cariato da togliere il prima possibile. Come se, di contro, il Nabucco o il Rigoletto non fossero opere d’autore di tale Giuseppe Verdi ma frutto di una lunga tradizione lombarda altrimenti detta folclore lirico teatrale! Assurdo, semplicemente assurdo.

Così è anche per i nostri tenores: sbagliatissimo chiamarli con questa declinazione. “Tenore” basta e avanza per capire che si tratta di quattro voci, non di un semplice Quartetto Cetra, ma di quattro voci, oches, che formano un “tenore”. Tenore indica già una pluralità, dunque. Tenore di Bitti, perciò, non tenores di Bitti, please. Anche se, in fondo in fondo, poco importa fare i pignoli per una “s” di troppo. Importa piuttosto che i “Remmunnu ’e Locu” hanno innestato al capolavoro di Lucio Dalla “Come è profondo il mare” reinterpretato da Mahmood due versi tratti da “Sa supposta partenzia” di Paulicu Mossa: “Finis, de s’Oceanu violentu, / currer dia sas abbas pius malas”. A dimostrazione che il poeta di Bonorva morto nel 1892 è un Classico della Letteratura sarda. Da scoprire e studiare.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Il provvedimento

Abusi edilizi e scarichi irregolari: chiuso il ristorante “Sapore di mare”, ex Chicca Piperita

di Argentino Tellini
Le nostre iniziative