“Il Dio delle piccole cose” abita a Santu Predu. Igino Panzino torna a Nuoro dopo vent’anni
Tredici opere recenti nella mostra personale allestita nel MancaSpazio. Poesie materiche tra sogno e cruda realtà
Nuoro Pochi passi, una passeggiata, un breve tratto di strada. Dalla casa allo studio. «Conosce il percorso a memoria, potrebbe farlo bendato, non guarda davanti a sé, guarda per terra» scrive Chiara Manca. Una pennellata veloce per introdurre al mondo di Igino Panzino, sì, lui, l’artista sassarese classe 1950 che torna a Nuoro con una mostra personale a distanza di oltre venti anni dalla sua ultima esposizione. “Il Dio delle piccole cose”, questo il titolo della nuova mostra, propone tredici opere che raccontano le tappe del cammino e gli incontri e i pensieri e i colori che stanno tra la casa e lo studio dell’artista, appunto.
Un corpus numerato, non a caso, con una simbologia ben precisa, tra risveglio spirituale e una nuova alba. Tredici opere realizzate nel 2024, tecnica mista, della serie intitolata “Poesie materiali”, che in questo periodo animano il MancaSpazio di via della Pietà, rione Santu Predu. A cura di Chiara Manca e Damiano Rossi, la mostra è stata inaugurata lo scorso 2 marzo; resterà aperta al pubblico fino al 29 marzo. L’esposizione è accompagnata da un catalogo con i testi di Mariolina Cosseddu, Damiano Rossi, Chiara Manca e una poesia di Andrea Melis, illustrato dalle fotografie di Nelly Dietzel e su progetto grafico di Sara Manca. Durante il vernissage l’attore teatrale, Andrea Carroni, ha recitato per l’occasione un racconto scritto dallo stesso Panzino, come introduzione a “Il Dio delle piccole cose”.
Già partecipe di diverse collettive a Nuoro, Panzino è oggi in collezione permanente al Museo Man. Mancava da tempo una sua personale, arrivata con questa nuova sfida, opere recenti, per la maggior parte inedite, alcune invece già esposte a cura di Mariolina Cosseddu nella mostra “Poesie materiali” ad Alghero ad ottobre 2024. «Precedute da un’azione di indagine e recupero nelle strade diventate scenario di incontro con una realtà frammentata e marginale – scrive proprio Cosseddu –, le opere inscatolate di Igino Panzino prestano il fianco a infinite considerazioni e si dispongono, sulle pareti di MancaSpazio, in un piccolo inventario semantico. Di quelli abituali a Panzino fin dagli anni Ottanta. Solo che qui i reperti non sono più le regolari e ordinate tessere di carta spillate in un raffinato gioco di ombre ma imprevedibili residui di umile e povera consistenza, raccolti occasionalmente e diventati simbolo concreto e tangibile di un reale sconosciuto nella sua interezza».
La casa. Il bianco, il nero, il grigio. La monofora. L’intonaco, il bianco, il blu. Tra cielo e terra. Il coccio. Le foglie. Il fiore, il seme, il frutto. La colonna. Una cosa diversa. Carta. La rete. Il nodo. Tredici tappe, come tredici passi. Poesie. Poesie materiche, o materiali che dir si voglia. Contenitori che lasciano intravvedere altri mondi, che lasciano aperti i pertugi della fantasia. Ma che urlano pure, in questo mondo: basti guardare “Gaza”, con quel nastro rosso che irrompe sul bianco a spezzare i cuori sonnolenti.
«È anche nella prassi quotidiana dell’insegnamento scolastico – sottolinea Damiano Rossi –, che la volontà di interagire e prendere per mano si fa portatrice di armonia e di rigore, oltre il turbinio del campo di battaglia. Ma essere doppiamente maestro non ha impedito a Panzino di rimanere comunque vicino alla sua dimensione più intima di bambino sognatore, almeno ogni tanto, o almeno per ogni volta che ha avvertito l’opportunità e l’esigenza di esserlo. In fondo è vero, il suo insegnamento è quello di far osare, di far osservare oltre».