«Nessuno dimentichi Antonicca, la donna pioniera dell’industria»
L’assessora alla Cultura del Comune di Nuoro Natascia Demurtas: «Antonietta Guiso Gallisai è stata una delle figure più moderne dell’Ottocento sardo»
Nuoro «Chi era Antonietta Gallisai? Quanti nuoresi saprebbero rispondere? Eppure, fu una delle figure più moderne dell’Ottocento sardo». Natascia Demurtas non ha dubbi: alla vigilia della Festa della donna, dice la vice sindaca nonché assessora alla Cultura, «non mi interessa un 8 marzo celebrativo. Mi interessa un 8 marzo che ci faccia riflettere. L’8 marzo non come una data ma come un atto di riconoscenza. Per tutte le donne che hanno fatto grande questa città senza pretendere applausi. Per quelle che oggi la tengono in piedi ogni giorno. E per le ragazze che verranno, perché sappiano che a Nuoro il futuro ha già avuto un volto femminile». «In questa Festa della donna voglio ricordarne due – spiega Demurtas –. Diversissime nell’immaginario collettivo, ma unite da una stessa determinazione: Antonietta Carmina Gallisai e Grazia Deledda. Di una sappiamo tutto. Dell’altra, forse, sappiamo troppo poco. E questo, permettetemi, dice molto di noi». Da una parte la grande scrittrice Premio Nobel per la Letteratura; dall’altra l’imprenditrice ante litteram, coraggiosa e visionaria, Antonietta Gallisai, appunto, una delle donne «che hanno costruito il futuro prima che il futuro arrivasse» va avanti l’esponente della giunta Emiliano Fenu.
La visione «Nata nel 1829, in una società che confinava le donne nella sfera domestica, Antonietta Gallisai fece una scelta diversa – racconta Natascia Demurtas –. Non alzò la voce, non rivendicò diritti, che pure le sarebbero stati negati, ma esercitò il potere della responsabilità. Rimasta vedova giovane, con un figlio ancora bambino, non si ritirò. Prese in mano patrimoni, terre, commerci. Investì. Amministrò. Consolidò. Educò suo figlio Francesco alla cultura dell’impresa, trasformando una nobiltà di rendita in una visione produttiva. In una Nuoro periferica e fragile, fu tra le prime a comprendere che il futuro non si eredita: si costruisce. Non fece discorsi pubblici. Non cercò consenso. Non chiese riconoscimenti. Agì. Oggi parliamo di leadership femminile come se fosse una conquista recente. Ma la verità è che qui, a Nuoro, c’è stata una donna che l’ha praticata quando ancora non aveva nome. E noi l’abbiamo quasi dimenticata» è l’amara constatazione dei fatti.
La biografia Figlia di don Giuseppe e donna Annica Serra, Antonietta Carmina Gallisai Serra era nata a Nuoro il 16 luglio 1829. Era nipote ed ereditiera del ricco possidente Francesco Checcheddu Serra. Il 24 gennaio 1854 sposò don Pietro Guiso dei baroni feudali di Orosei, intraprendente uomo d’affari destinato a morire giovane, appena 38enne, nel 1869. Il loro matrimonio generò una famiglia, da un lato; ma anche una “Premiata ditta” commerciale, dall’altro, la “Guiso Gallisai”. Il 13 dicembre 1859 donna Antonietta, detta anche Antonicca, diede alla luce Francesco Giovanni Giuseppe Maria Guiso, per tutti semplicemente Franceschino. Il 1° aprile 1869 Antonicca rimase vedova: il figlio aveva appena dieci anni. Anziché vivere di rendita, come avrebbe potuto fare e com’era consuetudine nel ceto nobiliare ottocentesco, la giovane donna ruppe lo schema, si diede da fare e prese le redini della vita, tanto che «apparirà l’iniziatrice dell’avventura imprenditoriale» scrive Paolo Fadda, nel suo saggio (ormai introvabile) dedicato alla saga dei Guiso-Gallisai, “Il barone delle industrie nuoresi”, pubblicato nel 2014 da Carlo Delfino editore. Una biografia che ruota attorno alla figura di Franceschino, abituato fin da ragazzo a fare i conti con i vasti possedimenti in Baronia e in Barbagia, con i boschi di querce da sughero, con le granaglie e le altre coltivazioni di famiglia. Franceschino deve tutto alla mamma-coraggio, morta il 19 gennaio 1915 a Nuoro, dopo un’esistenza di sfide e scommesse vinte, dall’export al famoso mulino a vapore, fino alla primissima rete dell’illuminazione pubblica a Nuoro, arrivata il 1° maggio 1915, e che lei non fece in tempo a vedere con i propri occhi.
La frontiera Una donna profondamente religiosa, benefattrice, tanto da fondare una scuola, la Guiso Gallisai, destinata ad accogliere i bambini delle famiglie più povere di Nuoro. Una donna, Antonicca, convinta che il progresso rappresentasse la frontiera da varcare per andare incontro al futuro così da «dare a Franceschino – scriveva la vedova Guiso in una lettera del 1880 – la possibilità di mettersi nell’industria di manifattura non diversamente da quei genovesi e livornesi con cui teniamo degli affari». Non a caso, Franceschino era stato avviato agli studi tecnici, si diplomerà a Sassari nel 1878 all’Istituto industriale. Stimolato a viaggiare per il mondo, a darsi da fare e a creare.
Protagonista «Antonietta Gallisai non è stata una comprimaria della storia industriale nuorese, ma la sua origine strutturale» riprende fiato Natascia Demurtas. «Accanto a donna Antonietta c’è Grazia Deledda. La conosciamo, la celebriamo, la studiamo. Ed è giusto così. Ha fatto la sua rivoluzione in silenzio. Ha scritto quando alle donne non era richiesto di scrivere. Ha studiato quando non era scontato che una donna studiasse. Ha raccontato Nuoro senza compiacenza, con lucidità e verità. Il Premio Nobel non è stato solo un traguardo personale. È stato il riconoscimento che una città apparentemente ai margini poteva generare cultura universale. Deledda ha dato a Nuoro una voce. Antonietta le ha dato struttura e visione economica – sottolinea l’assessora comunale –. Due strade diverse, una stessa radice». «Oggi Nuoro è davanti a una sfida nuova – chiude Demurtas –. Il progetto dell’Einstein telescope ci colloca dentro uno scenario globale, fatto di scienza, ricerca, innovazione. Ma non possiamo parlare di futuro se non riconosciamo le radici della nostra modernità. Se oggi parliamo di innovazione dobbiamo avere il coraggio di dirlo con chiarezza: la modernità di Nuoro non comincia oggi. È cominciata quando una donna ha scelto di produrre e un’altra ha scelto di scrivere. Nulla è più contemporaneo di una donna che fa cultura e di una donna che produce, investe, insegna imprenditoria. Se vogliamo essere credibili, dobbiamo smettere di raccontare una storia solo al maschile».
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