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Il canto politico di Piero Marras: «Sogno una Sardegna indipendente» – L’intervista

di Luciano Piras
Il canto politico di Piero Marras: «Sogno una Sardegna indipendente» – L’intervista

A Nuoro chiude il 75° anniversario del primo congresso del Popolo sardo. «L’isola è di chi ha il coraggio di osare»

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Nuoro «Un ragazzo nato a Nuoro si la depet gherrare. Deve lottare per conquistarsi un futuro. Nascere a Nuoro non è la stessa cosa che nascere a Roma, e non è certo una questione di vittimismo, è un dato di fatto. Nuoro, poi, è un’isola nell’isola». Piero Marras mette a confronto le generazioni. Parla di identità: «Essere sardi significa anche far fronte comune per lottare contro le ingiustizie che viviamo». «L’identità bisogna conquistarla, piano piano, è una consapevolezza, anche politica» sottolinea. Lui, questa strada l’ha percorsa con le parole e la musica. «Se la consapevolezza della propria identità fosse raggiunta da un popolo intero, allora il popolo sardo avrebbe la forza e la compattezza che adesso non ha».

Cantautore classe 1949, nato e cresciuto a Nuoro, Piero Marras, all’anagrafe Pietro Salis, ha chiuso venerdì sera 11 settembre 2026 (con il concerto “Noi sardopatici... ”) al Teatro Eliseo del capoluogo barbaricino il ciclo delle celebrazioni per il 75esimo anniversario del primo congresso del Popolo sardo. Un’occasione per ripercorrere tre quarti di secolo e rievocare una pagina di storia che ha caratterizzato la politica regionale.

Ma ha ancora senso, oggi, parlare di popolo sardo? Esiste una identità sarda? Cosa la caratterizza e cosa la differenzia dall’identità italiana o da altre identità ancora?

«Se per popolo si intende una comunità che condivide una lingua, una storia, una cultura proprie, sì, il popolo sardo esiste. È chiaro che bisogna averne consapevolezza. L’identità è un concetto dinamico, non è statico. Parlo anche del sogno dell’indipendenza, perché no? un bel sogno che presuppone la possibilità di vivere di quello che abbiamo, di investire le nostre risorse. In fondo era questo il presupposto di quel primo congresso del Popolo sardo. Un sogno, però, che si è frantumato con lo scellerato Piano di rinascita e la sua virata verso l’industria e il collasso antropologico di Ottana. Era necessaria una visione politica, non una miopia politica, come invece è stato il Piano che ha fallito miseramente».

“Noi sardopatici”, per cantarla con lei, siamo anche po’ egocentrici. La Sardegna è l’ombelico del mondo?

«Non si tratta di essere egocentrici. Ci rimane una bella arma che è quella del sarcasmo, dell’ironia. “Noi sardopatici” fa il punto su questo nostro attaccamento alla terra, su questa nostra “saudade” che in me ha avuto un ruolo molto importante, tant’è che ho fatto scelte dettate da questa appartenenza che vivevo come una sorta di missione e che ho tradotto in musica, in parole. Ma l’ombelico del mondo, no, questo no. La Sardegna non è un punto di partenza, ma un punto d’arrivo. La Sardegna che io sogno è una Sardegna indipendente, una Sardegna che vive di sé, che si confronta con lo Stato in maniera paritetica. L’isola è un limite, ma è anche un pregio. A volte penso che noi paghiamo lo scotto di vivere in un paradiso... Perdiamo sempre il treno, anzi la nave, per non dire l’aereo della Storia, perennemente in ritardo».

Piero Marras vive a Cagliari dal 1967. Ha fatto politica attiva in prima persona. Nel 1989 è stato eletto consigliere regionale con il Partito sardo d’Azione ottenendo 7.326 voti (presidente della Regione era Mario Floris). Ma anche cantare per lei è una forma di impegno politico?

«Poco fa parlavo dei trasporti, della nostra rete viaria. Abbiamo ferrovie che risalgono alla preistoria. La strada statale 131 perennemente in costruzione. Ecco: a cosa serve la politica con le canzoni? Non mi pongo mai il problema: dico, canto quello che penso. C’è un movimento cantautoriale mondiale, che parte da Dylan, Pete Seeger, dal country, che raccontava la realtà, i movimenti, Martin Luther King... la musica è questo. È creatività, è bellezza. È il mio modo di comunicare, di parlare. Ogni tanto mi sento un missionario, sento la stima nei miei confronti. Mi arrivarono oltre 7mila voti, per me è stato un attestato di stima e una dimostrazione che il detto Nemo propheta in patria è una stronzata. Lo dico con estrema modestia. È chiaro che nella vita devi rischiare qualcosa, altrimenti sei “soltanto” un pensionato della storia».

Il primo congresso del Popolo sardo si svolse a Cagliari il 6 e 7 maggio 1950 e rappresentò un passaggio significativo nel dibattito sull’autonomia, sullo sviluppo economico e sociale dell’isola. Che senso ha oggi celebrare quel congresso?

«Quel primo congresso fu un inizio incredibile e importante. Bisognerebbe rileggere il discorso d’apertura di Emilio Lussu. Il Piano di rinascita, tuttavia, ripeto, fu un fallimento totale. Le responsabilità furono politiche, di chi governava a quei tempi. Celebrare quel congresso è comunque importante. In una storia di vinti scritta dagli altri, quello era un momento in cui potevamo scriverla noi la storia. Bisogna avere un minimo di autostima di popolo. È bene ricordare che noi abbiamo avuto momenti propulsivi importanti nella nostra storia, base di una esperienza politica, di un laboratorio proprio come quel primo congresso, che poteva dare adito anche in una visione europea, a una diversa collocazione di questa nostra isola».

Sono passati 75 anni. Oggi di cosa dovrebbe parlare il Popolo sardo?

«Oggi? Dovrebbe parlare di un Piano di sviluppo. Vorrei che ci fossero tutti i sardi uniti, anche quelli che sanno elaborare una visione, e ce ne sono. Menti che ancora esistono e resistono in questo splendido scoglio che ci ospita».

In quel primo congresso c’erano politici come Emilio Lussu e Renzo Laconi. Politici di grande spessore. Esiste qualcuno oggi che possa essere paragonato a loro?

«Io non ho una immagine così negativa dei politici di oggi. È vero, si è abbassato il livello rispetto a ieri. Ieri c’erano politici che avevano grandi capacità, anche di introspezione, che scavavano nel profondo per elaborare visioni. Ma anche oggi ci sono politici che valgono, anche se spesso limitati da una matrice... come dire? che ha origine nelle famose segreterie romane. Beh, questo sì, è un limite evidente. Sogno di vedere i sardi che si comportano da sardi, che mandano affanculo tutti quelli che li costringono a essere periferia».

Torniamo al concetto di popolo sardo, di nazione...

«È inconfutabile che noi sardi abbiamo una nostra specificità che non ci lega all’Italia come l’Italia vorrebbe. E purtroppo l’Italia ha fatto l’errore di considerare questa isola una Cayenna. Paghiamo le bollette più degli altri, eppure produciamo e vendiamo energia. Abbiamo avuto la stessa disinvoltura di quei famosi pastori che vendettero per pochi soldi gli scogli che non contavano nulla e che invece, a suon di milioni, sono diventati la Costa Smeralda. Il sole e il vento sono le uniche cose che ancora ci appartenevano, ma cosa valgono? L’abbiamo capito?».

E allora? Cosa significa? È sempre la solita visione pessimistica?

«No, anzi. Io sono ottimista, ho visto il mio percorso e ho capito che rischiando qualcosa non mi sarei mai pentito delle mie scelte. Bisogna scegliere. Anche se in termini economici ci rimetti qualcosa. Mi appello ancora una volta al concetto di popolo. Quando sono arrivato a Cagliari, mio padre era un parastatale e quindi fu trasferito nel capoluogo isolano. Io non conoscevo nessuno. Andammo ad abitare in un palazzo vicino al liceo, eravamo lì in affitto, aspettando di poter comprare una casa. Ci è voluto del tempo perché non è che le risorse fossero molte. Beh, un giorno, facendo le scale di quel palazzo, incontrai una persona molto anziana con un bastone e un pizzetto bianco e un cappello in testa. Lo salutai, poi lui se ne andò a passeggiare per Cagliari, lungo via Cugia. Mio fratello, che vide la scena mi disse: ‘Hai visto?’ ‘Che cosa?’ ‘Come che cosa? Sai chi era quello?’ Era Emilio Lussu. Ecco: questo è stato il mio primo incontro, un chiaro segno della storia e di chi osa».

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