“Tràmuda” vessillo di Mamoiada: l’installazione permanente è «un omaggio al pastoralismo»
L’opera identitaria è stata realizzata dal fabbro poeta del ferro Giovanni Paddeu
Mamoiada Ancestrali, eppure moderni. Tanto primitivi quanto evoluti. Di ferro, con una patina di ruggine come a ricordare l’antico vello. Fieri nel granito donato ai posteri da Madre Natura. Al pascolo brado nel verde che Mamoiada ha sempre saputo coltivare. Gli animali di Giovanni Paddeu sono così: arrivano dal passato e vanno dritti al futuro. Scendono dal monte, diretti a valle. Sono migranti, transumanti. “Tràmuda” è non a caso il titolo di questa installazione permanente.
L’opera
Dodici animali di passaggio. Come di passaggio è la vita, del resto. Anche se questo gregge, o mandria, ognuno è libero di vederci capre, pecore o persino vacche, o altri animali ancora, sembra avere un solo obiettivo: scansare gli esseri umani e muoversi in totale libertà tra le rocce di Sa Hostana, all’uscita del paese sulla vecchia strada che si inerpica verso Fonni.
L’officina
«L’arte è per me l’unica forma possibile di anarchia» sussurra Paddeu, mastru erreri, maestro del ferro, soprattutto: domatore e poeta del ferro. Classe 1975, schivo, profondo e di poche parole, come soltanto i grandi artisti sanno essere. Abituato a rianimare lamiere, tondini e barre varie, è al lavoro nel suo laboratorio di via Carbonia. È qui che realizza grate e portali, infissi e ringhiere, e dà forma e anima alle sue visioni. È successo così anche per “Tràmuda”, nuovo vessillo identitario di Mamoiada in un parco che è stato popolato da intere generazioni di giovani e che ora ricomincia a pulsare di nuova linfa, poco distante dal Museo delle maschere mediterranee.
La visione
«Stavo passando lì per caso, in auto, a Sa Hostana, quando ho visto questi animali scendere – racconta –. Mi sono chiesto: cos’è questa roba qua? Ho intravvisto qualcosa prima ancora di realizzare le opere». Giovanni Paddeu si è fatto mille domande. Ha elaborato, la visione tornava nel tempo. C’è voluto un po’, prima che si mettesse al lavoro. È venuta fuori una prima prova. Poi una seconda. E avanti, di seguito... «ma non era ancora quello che avevo visto, che avevo immaginato». Fino a quando è spuntata la figura giusta, dopo mesi e mesi. «Eccola, ci siamo!». Un prototipo, in miniatura, da riprodurre poi in scala maggiore. La cura dei dettagli è stato il passo successivo. «Quegli animali che ho visto nella transumanza sono nati così» spiega l’artista. Che rifiuta il titolo di scultore, «molto meglio artigiano-scultore – dice –, oppure fabbro-artigiano».
L’apprendistato
Professione che ha intrapreso fin da giovanissimo, nel lontano 1992. «M’agradat», semplicemente. «Mi piace» ripete. Nel 1994 ha lasciato la Sardegna per fare esperienza nelle regioni del Nord Italia. Nel 2000 è tornato nell’isola, nella sua amata Mamoiada. Con un lungo apprendistato, ricorda perfettamente quando ancora garzone, pur di non perdere il lavoro, giurò al titolare dell’officina di saper fare una finestra senza averne mai fatta una. «Sì – confessa oggi –, avevo sempre visto come si realizzava, ma non mi ero mai messo all’opera. Quel giorno, mi diedi da fare e in totale solitudine realizzai una finestra a regola d’arte prima che tornasse il mio titolare» sorride Paddeu con gli occhi lucidi.
Ha lo stesso guizzo di luce che gli irradiava il volto mentre, qualche mese fa, camminava tra le sue “Miniature” in mostra nei locali della Cantina Giuseppe Sedilesu, nella centralissima via Vittorio Emanuele II. La rana, il cane con la cravatta, la città, la valigia dell’emigrante, la spocchiosa erano lì a raccontare anni e anni di ricerca artistica di questo poeta del ferro addomesticato. C’erano anche i prototipi degli animali che transitano a Sa Hostana.
In loco
«Quelli lì, sul posto, li ho realizzati in acciaio Corten» spiega oggi Giovanni Paddeu. L’ossidazione naturale di questo materiale è il modo migliore per far dialogare le opere con le tonalità brune della terra. «Cambiano con il tempo, la luce e le stagioni» sottolinea l’artigiano-scultore. Una installazione, la sua, che «coglie perfettamente l’anima di Mamoiada e del suo paesaggio, unendo la forza del metallo, la durabilità del granito e la profondità della memoria storica» ha evidenziato la critica d’arte Caterina Ghisu, lo scorso 16 maggio, quando il Comune ha inaugurato “Tràmuda”, presenti diverse autorità, in primis a fare gli onori di casa il sindaco Luciano Barone e l’assessore della Cultura Pino Ladu.
La critica
«L’artista ha trasformato il freddo metallo in qualcosa di dinamico e ancestrale, totalmente integrata nella natura – a dirlo è Ghisu –. La forma del gruppo scultoreo è geometrica ed elegante, una scelta moderna che però richiama il linguaggio geometrico della nostra scultura prenuragica e nuragica, le radici del nostro antichissimo passato». Un passato che vale il presente come pure il futuro. La transumanza, del resto, è un’antica pratica dichiarata patrimonio culturale immateriale dell’Unesco, nel 2019. Ecco perché “Tràmuda” è anche questo: un omaggio al pastoralismo, «al nostro latte, ai nostri formaggi, alla nostra terra» chiude Giovanni Paddeu.
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