La Nuova Sardegna

Olbia

«La Palmera è venduta, indietro non si torna»

Guido Piga
La sede della Palmera
La sede della Palmera

Incurante delle indicazioni del ministero dell'Industria, la Palmera ha formalizzato la cessione del marchio al gruppo Bolton-Rio Mare e ha annunciato la firma dell'atto notarile. Significa di fatto la chiusura della storica azienda che da decenni produce in Gallura il tonno in scatola. E significa anche il licenziamento per centinaia di lavoratori

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OLBIA. Ha detto la verità. E stavolta non poteva fare diversamente. Ieri a Roma Marzia Palau ha illustrato al resto del mondo (Governo, Regione, Comune, Provincia, sindacati) ciò che la sua famiglia, in silenzio, ha fatto: la vendita del marchio Palmera a Bolton-Rio Mare e la cancellazione dalla camera di commercio della società Palmera. «Non avevamo scelte, non possiamo tornare indietro» ha detto l’amministratore delegato. L’operazione, che era vincolata al sì delle banche, è stata praticamente compiuta: l’ultimo (possibile) ostacolo, il pronunciamento della banca Carige, una delle maggiori creditrici, è caduto. L’istituto genovese ha detto sì alla cessione del marchio.

La fabbrica di Olbia si avvia alla chiusura. Ci lavoreranno ancora per un po’ una trentina di operai, sotto le insegne della nuova società Tressolbia, giusto il tempo di onorare le commesse con le catene distributive (Coop, Esselunga). Poi, fine: 203 operai resteranno senza un lavoro. Un dramma economico e sociale che, per proporzioni, è senza precedenti a Olbia.

«Non possiamo tornare indietro» ha ribadito la Palau al tavolo convocato a Roma, al ministero dello Sviluppo economico. «Mancano solo due cose: l’atto dal notaio per la cessione del marchio e la riscrittura della convenzione con le banche per il debito, ma indietro non possiamo tornare».

Parole terribili per chi le ha sentite pensando alla fabbrica che muore e alle famiglie che resteranno senza niente. Parole che sono state respinte con fermezza, con ruvidezza anche, dal resto del mondo, appunto. Perché nessuno vuole rinunciare, fino all’ultimo, alla possibilità di salvare l’azienda con 43 anni di storia alle spalle e un futuro fatto solo di un’etichetta di tonno per una multinazionale. Non il Governo, che con il sottosegretario Franco Raffaldini ha mantenuto la linea: ricercare ancora le soluzioni alternative alla vendita a Bolton. Una c’è, è quella dell’imprenditore genovese Vito Gulli. Lui ha ottenuto l’appoggio finanziario della Sfirs per l’acquisto di tutto, fabbrica e marchio. Lui ha l’appoggio di tutti. Del Comune (c’era l’assessore Vanni Sanna), della Provincia (c’era l’assessore Sebastiano Piredda), della Regione e dei sindacati (Cgil, Cisl e Uil).

Un fronte molto compatto che ha tentato in tutti i modi di portare la Palau, accompagnata dall’advisor Centrobanca, a tornare indietro sui suoi passi. Un’operazione difficilissima, certo. Perché la Palau dovrebbe rimangiarsi l’accordo con Bolton proprio quando manca l’ultimo atto, la firma dal notaio (a meno che non ci sia già...) e dovrebbe riconvocare un consiglio d’amministrazione per ripristinare il nome Palmera.

Oggettivamente, sembra impossibile assistere a un simile percorso. Il mondo politico e quello sindacale ha fatto tutto quello che era possibile e continuerà a farlo. «Abbiamo ancora delle possibilità e le sfrutteremo» dice per esempio Michele Carrus, leader della Cgil. I Palau sanno che il clima nei loro confronti è brutto e che, se confermeranno la vendita a Bolton, sarà pessimo. Ma il timore di avere dei danni, anche economici come la mancata valorizzazione delle aree lasciate libere dalla fabbrica, al momento non ha impedito loro di andare dritti all’obbiettivo finale: smettere di fare gli industriali del tonno, e pazienza per le 203 famiglie che non avranno un lavoro.
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