Inghiottito dal fango: la vana ricerca di Farre
A Torpè la figlia di Maria Frigiolini: ho perso tutto, un’esistenza azzerata Nuoro, la vedova di Luca Tanzi: la solidarietà mi ha aiutato ad andare avanti
NUORO. «Per me e per la mia famiglia è come se fosse lo stesso giorno della scomparsa. L’anniversario della tragedia aggiunge dolore a dolore. La nostra sofferenza non è mutata». Di più Mercedes Carzedda non si sente di dire, e la telefonata si interrompe dopo una manciata di secondi. È passato un anno dalla sera del 18 novembre in cui il marito Giovanni Farre scomparve nelle campagne di Bitti travolto da un fiume di fango davanti allo sguardo atterrito del figlio Marco, che riuscì a a salvarsi aggrappandosi disperatamente a un groviglio di rovi e rami. Per i familiari è stato un anno di vuoto e di dolore costante perché il suo corpo non è mai stato restituito. Giovanni Farre, che aveva 62 anni, è stato inghiottito prima dai flutti e poi dalle viscere della terra. Lo hanno cercato in tanti, protezione civile e cittadini, amici e parenti, con le pale e con le ruspe, anche a mani nude. Ma il corpo non è mai stato trovato.
Qualche mese fa, a giugno, molti chilometri più a valle del luogo della tragedia, nella spiaggia di Posada, un subacqueo aveva trovato frammenti ossei di un piede. Delle tante vittime dell’alluvione era solo Farre a mancare all’appello, e così si era pensato che quanto trovato potesse essere ciò che rimaneva di lui. Si disse che si sarebbe proceduto a un esame comparativo con il Dna dei familiari ma da allora non si è saputo ancora niente.
Mercedes Carzedda e Marco Farre non si sono rassegnati. Dicono che il figlio trentenne dello scomparso abbia continuato per lungo tempo a cercare il corpo del padre, le cui ricerche ufficiali erano terminate circa un mese dopo la tragedia. E ancora oggi non ha smesso di recarsi a Monte Tunnu, nel podere di famiglia dove si trovava con il padre il giorno del dramma.
La piccola casa è stata cancellata dalla piena del Rivu Mannu e non è stata ricostruita. La furia dell’acqua, che in quel punto trasportava fango e tronchi sradicati, aveva divelto il tetto e le pareti come fuscelli. «Sembrava un grattacielo», aveva confidato il giovane descrivendo ciò che li aveva travolti quando aveva cercato ricostruire le fasi del dramma dopo alcuni giorni di degenza in ospedale Ma tutto si era svolto in modo così rapido che non è mai riuscito a raccontarne esattamente la dinamica.
Anche Mercedes Carzedda ha continuato a lungo a recarsi nel podere di famiglia. «Ogni giorno vado dove Giovanni è stato travolto, mi siedo dove lui riposava e lo incontro, gli parlo, prego con lui», aveva confidato la donna nel febbraio scorso a un cronista. «La devozione di Giovanni verso la Madonna dell'Annunziata mi è di conforto e aiuta tanto: malgrado non lo veda io so che è lì, nell'erba, negli alberi, tutt'intorno, nella campagna che amava tanto». Giovanni Farre per anni aveva fatto il muratore, ma da tempo lavorava solo come imbianchino. La campagna era la sua grande passione: era orgoglioso di quel piccolo podere poco fuori del paese che era appartenuto al padre e prima ancora al nonno.
Maria Frigiolini. «Quel giorno ho perso tutto, letteralmente: mia madre, la casa, il lavoro. La mia famiglia ha dovuto dividersi. Ho dovuto ricominciare daccapo la mia vita». Manuela Asper è la figlia dell’anziana donna che la sera del 18 novembre morì inghiottita dalla bomba d’acqua che la diga di Torpé rovesciò in poche ore sul paese, e in particolare sulle case coloniche costruite a ridosso del fiume.
Maria Frigiolini si era trasferita da qualche anno a Torpé dalla figlia dopo che si era ammalata di Alzheimer. Al momento dell’alluvione era a letto, dove ormai passava la maggior parte del tempo. I familiari avevano tentato invano di portarla in salvo prima di rifugiarsi sopra il tetto della casa ma non ce l’avevano fatta. I soccorritori la ritrovarono il giorno dopo, «ancora sul letto, come una bambina impaurita», ricorda Manuela Asper, che ha sempre denunciato il mancato allarme su un disastro imminente e forse prevedibile. «Non siamo stati avvisati, non avevamo la minima percezione di quanto poi è accaduto. Qualche anno fa abbiamo firmato un modulo in cui dichiaravamo che a casa c'era una persona con problemi di mobilità, appunto mia madre. Non so a cosa servisse. Non mi aspetto nulla neppure sul fronte dell’inchiesta della magistratura su quanto è accaduto nella diga di Maccheronis. Siamo stati sentiti un anno fa, ma poi non si è saputo più nulla». L’alluvione ha cancellato anche l’attività vivaistica quasi trentennale che Manuela Asper aveva creato con il marito Giampaolo Loi. Oggi lui è rimasto a Torpé, ma non sa come tirare avanti, lei si è trasferita a San Teodoro con il figlio che lavora in un ristorante. Lavora come collaboratrice domestica per alcune famiglie: «Quel giorno non siamo morti, ma oggi non posso dire di sentirmi viva».
Luca Tanzi. «Abbiamo ricevuto tanta solidarietà, un fiume di solidarietà. Per me è stato molto importante, lo è stato ancora di più perché inaspettato. Mi ha permesso di andare avanti. Insieme all’affetto dei figli, ha addolcito un po’ il dolore per la scomparsa di mio marito». Annalisa Lai è la vedova dell’agente della questura di Nuoro morto il 18 novembre mentre andava a prestare soccorso nella strada provinciale Oliena-Dorgali. Un ponte sul Cedrino crollò proprio nel momento in cui Tanzi passava in auto con i colleghi. «A un anno di distanza devo dire che le istituzioni sono state molto presenti nei nostri confronti. A cominciare dai colleghi di mio marito, sino al questore Pierluigi D’Angelo e al capo della polizia Alessandro Pansa. Da tutte queste persone ho avuto una vicinanza che non è stata formale, ma di affetto concreto. Poi mi ha colpito la solidarietà di persone comuni che si sono adoperate in tanti modi diversi per me e i miei figli». Il riferimento è anche alla serata teatrale promossa da diverse associazioni sportive e di volontariato al teatro Eliseo lo scorso gennaio, in cui erano stati raccolti fondi per una borsa di studio a favore dei figli della coppia.
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