Noi, lasciati soli dallo Stato
Angeli del fango, soldati, Anas, Comuni e Regione a fianco delle vittime: Roma lontana
di Pier Giorgio Pinna
Dodici mesi dopo il Ciclone Cleopatra il dramma dell’isola ha il volto dell’imprenditore che a Orosei non ha retto alla vista della sua azienda devastata e si è ucciso. Quella tragedia custodisce ancora il dolore senza pace dei familiari del disperso trascinato via per sempre dalla piena a Bitti. Ha l’espressione sgomenta dei parenti delle altre diciassette vittime del nubifragio. Gente portata via dalla furia incontrollata delle acque. Annegata in cantine trasformate in abitazioni. Sepolta da frane facilitate dalle cementificazioni selvagge. Morta nelle auto finite in voragini che si sono aperte all’improvviso lungo strade prive di adeguate protezioni, costruite come se non dovesse piovere mai.
Oggi, a un anno da quel dramma senza fine, si trova un po’ di speranza soltanto ripensando a pochi esempi positivi. Quelli dati da chi è stato a fianco degli alluvionati di mezza Sardegna sin da quando le bombe d’acqua hanno distrutto città, paesi, campagne.
Gli angeli del fango, in testa gli studenti, che si sono precipitati a Olbia da tutta la Sardegna per dare una mano a spalare via detriti e macerie. I soldati della Brigata Sassari che hanno lavorato per settimane tra le case inondate della Gallura. I vigili del fuoco, i servizi comunali e l’apparato della Protezione civile regionale, tutti mobilitati per lenire le sofferenze delle migliaia di sfollati e contenere la portata dei danni. Gli uomini dell’Anas, impegnati a ripristinare la viabilità sotto la guida del commissario governativo. Istituzioni regionali e volontari che non hanno mai smesso di raccogliere fondi da destinare alle famiglie colpite. Ma, a parte questi casi, sul fronte della ricostruzione c’è da chiedersi dove si sia rintanato lo Stato in questi terribili 365 giorni.
Nell’immediatezza dei fatti le promesse d’impegno si erano sprecate. “Non vi abbandoneremo”, “Non sarete mai soli”. “Ricostruiremo le case”, “Stop al Patto di stabilità”: queste solo alcune delle promesse fatte a fine novembre 2013 dal governo e da tanti esponenti politici nazionali. Solidarietà a parole. Così com’era accaduto in passato dopo i nubifragi di Capoterra e Villagrande Strisaili. E com’è successo in seguito, quest’anno, di fronte alle inondazioni che hanno continuato a distruggere altre zone d’Italia, sin quasi a qualche giorno fa.
Una classe dirigente sempre pronta agli spot autopromozionali. Ma generalmente incapace di programmare interventi a lunga scadenza. Un ceto politico che in tutto questo tempo ha confermato la tendenza alla fuga rispetto all’assunzione di responsabilità. La stessa intemerata passione per la latitanza che nel recente passato ha impedito alle autorità statali - e per la verità anche a molte regionali e municipali - di vigilare sulle misure per il rispetto dell’ambiente prevenendo urbanizzazioni dissennate e dissesti idrogeologici.
Magari dodici mesi fa non si sarebbe riusciti comunque a evitare la catastrofe. Ma con una cura diversa del territorio, e con un’attenzione differente verso la precisione negli allarmi da lanciare alla popolazione, probabilmente gli effetti del Ciclone Cleopatra sarebbero stati meno apocalittici. E forse avrebbe potuto essere ridimensionato il costo delle vite umane spezzate sul fronte di calamità in qualche misura prevedibili.
Una durissima lezione, questa, che almeno su scala sarda pare sia stata compresa a fondo. Tanto da far accelerare nell’isola l’iter per rendere autonoma e più efficiente la Protezione civile regionale. Un processo che, grazie alla giunta guidata da Francesco Pigliaru, da gennaio dovrebbe portare a contromisure tempestive dinanzi ad altri possibili disastri. Con una capacità di circoscrivere le dimensioni di nuove alluvioni. E di contenere, si spera in maniera definitiva, le conseguenze più gravi dei mutamenti climatici nel Mediterraneo occidentale.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google