Lavori lasciati a metà e rimane la paura
Isticcadeddu, finita la manutenzione del canale dove esondò il rio Siligheddu Ma i cittadini colpiti denunciano: «Mancano ancora le opere principali»
OLBIA. Il cielo promette male. Pochi squarci di luce tra le nubi basse, dense. Sotto quel tetto grigio scuro che sembra non riesca a trattenere la pioggia, si cerca riparo soprattutto dalle ferite umane, da uno stato d’animo colpito profondamente, per alcuni forse irreparabilmente. Nel quartiere Isticcadeddu la paura è come una nebbia intensa. Ora i canali sono puliti. La via maestra del rio Siligheddu è stata liberata da tonnellate di detriti, erbacce, spazzatura. L’acqua (poca in questi giorni) scorre, senza ostacoli. Se il maltempo si scatenerà non avrà (non dovrebbe avere, stavolta) la forza devastante di un anno fa. Tuttavia nessuno si sente di escludere il rischio: quel ponte sulla strada statale 127 potrebbe ancora una volta fermare l’irruenza dell’acqua e provocare l’esondazione del fiume.
Libera urbanistica. Duemila residenti affondati nel terrore della piena che si è abbattuta come un secchio d’acqua su un pugno di sabbia. Qui nessuno ha pagato con la vita, forse solo per caso. La devastazione ha colpito le abitazioni. Tante nuove, costruite con i risparmi di una vita quando l’urbanistica era materia senza troppe briglie in una città che ambiva al rango di capitale della Gallura. «Un quartiere spazzato via in pochi minuti», ricorda Antioco Tilocca, presidente del comitato di quartiere. «Qui – dice – appena piove vanno tutti in tilt. Il problema vero oggi è quello psicologico. Le persone hanno paura». Il ponte sulla statale 127 è una strettoia, la carreggiata non contiene due auto. Le tre tubature sotto l’asfalto non hanno la capacità di contenere il rio gonfiato dalla pioggia. Rami, erbacce e immondizia li avevano ostruiti, con la complicità delle manutenzioni trascurate. L’esondazione è stata inevitabile. L’acqua è andata oltre la strada, ha inondato il rione Gregorio sull’altro versante e ancora il quartiere Baratta.
Opere parziali. Le opere per recuperare una condizione di sicurezza messe in campo dall’amministrazione comunale sono state concepite per affrontare l’emergenza. Ma si tratta di interventi parziali e non ancora del tutto completati. Il ponte sulla 127 dovrà essere demolito, c’è un progetto per la doppia carreggiata e le corsie pedonali. Ma ci vorrà tempo per vedere l’opera compiuta. Andrà giù anche il ponticello pedonale che unisce i due fronti dell’abitato, duecento metri prima. Una campata antica, ristrutturata e inaugurata alla vigilia del Ciclone Cleopatra che ha inferto il colpo di grazia.
La rinascita faidate. Isticcadeddu oggi è il quartiere della rinascita. Case e villini sono stati rinnovati a fatica, dai proprietari. Gli stessi che hanno restituito sembianze di una strada allo sterrato divorato dall’alluvione. La vita riprende forma declinando il fare da sé, perché non c’è traccia degli interventi promessi dallo Stato: un anno di rinvii. «Non resterete soli», dissero nelle ore del dramma l’allora presidente del Consiglio Letta e i suoi ministri. Provvedimenti da allora annunciati e assicurati più volte. «Chi ha potuto ha lavorato per rimettere in ordine la propria casa, le famiglie si sono indebitate per superare le difficoltà e lo hanno fatto nella certezza di poter avere aiuto. Ma finora nulla», constata Antioco Tilocca.
Il film del terrore. Terrore sempre latente, davanti a tutte le oltre quattrocento case, nella mente di tutte le quattrocento famiglie che le abitano. Promesse diluite, finanziamenti e ricostruzione al punto zero.
Molti cittadini residenti lo hanno testimoniato alla “Nuova”. «La paura non è passata – ammette ancora oggi Giovanni Piredda –, può succedere tutto, di nuovo». Quel giorno la disgrazia gli ha bussato alla porta. Moglie e figlio invalidi a casa, salvati dalla figlia quando l’acqua sfondava porte e finestre. La sua casa è dall’altra parte del canale. Ci si arriva attraverso quella campata pedonale di quattordici metri e destinata a scomparire. Rocco Mele, pensionato, ha davanti agli occhi quel mostro che gli ha inondato l’abitazione, portandogli via tutto.
Il ponte trappola. Più in là ecco l’altro ponte. Un’arcata di venti metri, è l’ingresso a Olbia dal versante ovest. Nella cartografia della viabilità è la statale numero 127, ma il suo rango più alto sarebbe quello di strada di penetrazione agraria. Non c’è segnaletica, la carreggiata è un imbuto. Sovrasta i tre archi intasati dai rifiuti e persino da un camion rovesciato. Un film che scorre nella mente e negli occhi di Antonello Mele: «C’era anche la mia auto, prima sballottata oltre il cancello all’interno del cortile, poi sospinta fuori e trasportata sino al canale – racconta –. Viviamo con la paura che si ripeta, non abbiamo visto nulla, ci sentiamo sempre esposti al pericolo, nessun intervento decisivo, urgente e forte da parte delle istituzioni per mettere in sicurezza la zona».
Disastro annunciato. Lo sanno tutti. «Le responsabilità vengono da lontano – commenta il presidente del comitato di quartiere Antioco Tilocca –. Da queste parti si è costruito senza norme precise, ora non si può più derogare, occorre una programmazione urbanistica seria, un piano regolatore». I brutti ricordi «si risvegliano» nella mente di Antonio Fresi, la casa sfondata dall’acqua, i familiari impauriti da ogni goccia di pioggia. Dall’altra parte del ponte Luciano Porcedda ha fissato al muro dell’ingresso una tacchetta con l’indicazione 1,40: l’altezza della valanga d’acqua che gli ha rapinato tutti gli arredi. «Abito qui da trent’anni, ho sempre immaginato che quel ponte ci avrebbe devastate le vite. Purtroppo ho avuto ragione. I soldi? Ci hanno dato 800 euro, il Comune, non sono bastati per pagare il gas che ho consumato nel tentativo di asciugare la casa. Nessuno tiene conto dei danni che abbiamo subito». Al dramma segue la beffa di un inverno terribile trascorso tra freddo e umidità in un residence che ha ospitato gli sfollati. Ma lo scoramento è compagno della paura. «Dopo Genova, Carrara e tutto il resto non credo ci sia niente da fare – teme Erasmo Vitiello –. Chi ha visto i 130 milioni previsti per le opere di sicurezza di cui il sindaco Gianni Giovannelli ha segnalato la necessità alla Regione e al presidente del consiglio dei ministri? I freni della burocrazia si aggiungono al danno. Tutto questo doveva essere evitato dal 1979. Ma nulla è stato fatto». Giovanni Porcu presiede il coordinamento dei Comitati di quartiere: «C’è una proposta di legge per lo stanziamento di 90 milioni in favore degli alluvionati, ma prevedeva procedure penalizzanti con i prestiti, si è cercato di correggerla con gli emendamenti, è passata al Senato ma si è fermata alla Camera». Un altro aiuto mancato. Ma al peggio non c’è fine, dimostra Franco Giua. Il fiume in piena ha distrutto 20 metri del muro di recinzione sul lato opposto della sua casa. «Lo dovevo ricostruire con le mie energie, mi hanno bloccato: devo presentare un progetto che costa 3.500 euro e aspettare l’autorizzazione non so da quanti uffici». È l’altra alluvione, quella della burocrazia. «La speranza è che ci sia un recupero complessivo della sicurezza col piano idrogeologico messo a punto dal Comune – è la speranza che interpreta Tilocca –. Ma chissà...».
Le briglie del Patto. È il mantra del sindaco Giovannelli. Lo ha detto cento volte, prima e dopo avere scritto una lunga lettera al presidente del Consiglio Renzi, lo scorso agosto, per dargli conto di uno scenario devastante e elencare una per una tutte le opere necessarie per rimettere in sesto la città. Un piano da 120 milioni che non sarà facile realizzare.
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