Tempio: l'addio a Salvatore Sechi, numero 3 del Quirinale

Salvatore Sechi con l'ex presidente Napolitano

E' morto a Roma a 78 anni lo storico consigliere di 5 presidenti della Repubblica. Tutte le leggi approvate dal Parlamento passavano al suo vaglio

TEMPIO. Se ne va un grande tempiese, un grande gallurese; soprattutto, un «grande servitore dello Stato», per usare le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, uno che lavorava «nell’interesse esclusivo del Paese e delle istituzioni repubblicane» per usare quelle di Giorgio Napolitano.

Salvatore Sechi è morto ieri, venerdì 4, all’età di 78 anni, a Roma, la città della politica in cui, da tecnico, ha contribuito negli ultimi 30 anni al funzionamento della macchina dello Stato. Di fatto, dal 1985, era il numero 3 del Quirinale. Il suo ruolo era quello di consigliere giuridico dei presidenti, subito sotto il segretario generale. Tutte le leggi approvate dal Parlamento, prima della firma del Capo dello Stato passavano al suo vaglio.

Era Sechi, insieme ai suoi collaboratori, a indicare ai presidenti della Repubblica se una legge poteva avere elementi di incostituzionalità; e se era il caso di modificarla, e come.

Quell’incarico gli fu affidato da Francesco Cossiga, appena eletto al Quirinale. Sechi era stato un suo studente all’università, ne aveva apprezzato la preparazione giudirica e lo aveva voluto con sé al Colle.

Come gli anni successivi insegneranno, dietro la scelta di Cossiga non c’era alcuna ragione “territoriale”. Sechi era lì non in quanto sardo, ma perché competente. Uno degli migliori. Tanto è vero che i successori di Cossiga, Scalfaro, Ciampi, Napolitano, Mattarella, l’hanno sempre confermato in quel ruolo.


«Egli ha dato contributi di eccezionale serietà, preparazione e lealtà da giurista di alta competenza costituzionale parlamentare. Desidero rendere ancora una volta omaggio al suo lungo impegno e alla sua splendida personalità umana e culturale» ha scritto Napolitano in un messaggio alla moglie e al figlio di Sechi. Cordoglio è stato espresso anche dall’amministrazione comunale di Tempio.

Preparatissimo, Sechi. E riservatissimo: mai un’intervista. Sino al dicembre 2014, quando al “Corriere” spiegò: «Un tecnico al Colle? No. Azzardare la candidatura di un non politico, quasi che questo tratto identitario offrisse di per sé garanzia di castità istituzionale, sarebbe solo un modo sbrigativo per lavarsi la coscienza e confermerebbe la svalutazione della politica in quanto tale» disse Sechi. Un testamento contro l’antipolitica, fatta da un tecnico.
 

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