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Olbia

Don Serreri: «Nel presepe ci sono le nostre radici»

di Sebastiano Depperu
Don Serreri: «Nel presepe ci sono le nostre radici»

La difesa del cancelliere della Curia diocesana dopo le polemiche sul Natale vietato «Dev’essere mantenuto: qualche politico o insegnante non riuscirà a impedirlo»

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TEMPIO. Fa ancora discutere e riflettere la polemica sui presepi nei luoghi pubblici, soprattutto nelle scuole. Sull’argomento don Sandro Serreri, cancelliere della Curia diocesana, scrive una lunghissima nota. I tratti salienti si possono così riassumere. «La società attuale ha preso da tempo le distanze dalla religione – scrive don Serreri – non solo impedendole ogni pubblica manifestazione e creando un mondo in cui Dio non si trova o non c’è, ma anche sviluppando criteri di giudizio, atteggiamenti sociali contrari alla fede cristiana e in particolare a quella cattolica. Ci sarebbe da stupirsi, al contrario, se la secolarizzazione si fosse fermata davanti alle statuine e alla grotta. Con ciò non intendo avvalorare tale processo e tale suo esito, ma solo segnalare che esso non è nato ieri e ha ormai intaccato alla base molti elementi della civiltà cristiana. L’attacco al presepe richiede una seria riflessione». Di esso viene spesso contestata la realizzazione nei luoghi pubblici. Secondo il sacerdote, il senso è chiaro: «La fede può essere al massimo tollerata come fatto privato. Il presepe va fatto in casa e non in piazza. Si tratta della privatizzazione della fede religiosa, che la laicità occidentale vanta come unica propria fede. La società che ne deriverebbe sarebbe una società senza Dio. Ma come può essere neutro chi vuol fare piazza pulita, chi discrimina le fedi privandole della loro presenza pubblica? – si chiede don Serreri – Certamente lo Stato ha, in certi casi, il dovere di vietare la manifestazione pubblica della religione. Il diritto alla libertà religiosa non è assoluto ma sottoposto all’ordine pubblico e al bene comune. Lo Stato, per il bene comune, può limitare o anche persino vietare completamente la presenza pubblica di una religione. Ma negli ultimi casi – precisa – il divieto non avviene per la salvaguardia di un bene comune ma per un atto di imperio che tradisce un’assolutezza politica molto pericolosa. L’Italia e con essa tutto l’Occidente, non sarebbe se stessa senza le proprie radici cristiane. È legittimo far valere questo argomento storico e di identità contro quanti sostengono che per convivere con gli altri, ci si dovrebbe spogliare delle proprie tradizioni. L’accoglienza e l’integrazione non si fanno nel vuoto e a volto coperto. Se le radici cristiane vengono difese, come è giusto fare, solo per motivi storici o culturali, può venire il momento che le nuove generazioni non siano più sensibili alla propria storia passata o che, addirittura, diventino incapaci di leggere i segni della presenza cristiana attorno a noi». Dunque, il presepe, come ogni altra manifestazione pubblica della fede cristiana, rimarca don Serreri «ha diritto ad essere mantenuto perché lì ci sono le nostre radici. Senza il Bambinello, centro del presepe, siamo tutti più poveri. Le autorità politiche o qualche insegnante in vena di protagonismo non riusciranno a impedirlo».

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