La nautica cerca la virata per crescere
Studiosi e imprenditori concordano: un settore importante che fa i conti con una cultura turistica non ancora adeguata
OLBIA. Diportismo e portualità sono ingredienti di un comparto economico con importanti potenzialità di crescita nel più vasto contenitore del turismo. Ma nonostante le buone dimensioni in Sardegna e il rilievo nella Gallura, il settore sconta il limite della scarsa coscienza d’impresa e di una modesta cultura della nautica. È la convinzione che, seppure con qualche divergenza, mette d’accordo studiosi e imprenditori. «In Sardegna non sappiamo chi siamo, c’è molto da fare per mettere a fuoco soprattutto le azioni di strategia», taglia corto Francesca Palmas, delegata regionale di Sistur (società italiana di scienze del turismo). Più problematica e provocatoria l’impostazione di Carlo Marcetti, economista, docente nel polo universitario di Olbia: «I dati confermano numeri e tendenze di crescita, ma che si fa per consolidare domani quel che si è conquistato quest’anno? Ci si muove sempre in ritardo e diamo soluzioni quando lo scenario è cambiato». Sferzata che colpisce l’amministrazione pubblica, Regione in testa, accusata di essere poco capace di mettere il turismo nella parte alta della graduatoria delle scelte politiche destinate a generare crescita economica e sviluppo.
Alla coscienza e capacità di chi opera nel settore corrisponde la scarsa conoscenza di chi compie le scelte. «Così tutto succede indipendentemente da noi», osserva Marcetti. Basterebbe un dato per convincere i più scettici ad aprire gli occhi. È ancora Francesca Palmas a evidenziare il valore delle attività di noleggio di imbarcazioni di piccole dimensioni rispetto agli yacht di 30 metri: «Il charter, che ha prevalente mercato nella fascia reddituale più bassa del diportismo nautico, è una forma di turismo esperenziale, che si svolge a contatto con la natura ed è destinato a crescere. Il volume d’affari stimato solo in Gallura è di 12 milioni di euro all’anno». Portisco è leader nel charter con l’80 per cento dell’attività.
Come imprimere una svolta? Massimo Bonacossa, direttore territoriale della Cna (confederazione nazionale artigiani) non ha dubbi: «Territorio e portualità devono interagire. Ma qui c’è il blocco della comunicazione, mentre ci deve essere la reciproca esaltazione delle offerte, della capacità di rispondere alle le aspettative del turismo. Insomma, maggiore integrazione e attività organizzative, gestionali, amministrative eseguite in tempi rapidi, adeguati all’evoluzione degli scenari». Bonacossa getta in campo una proposta: la regia gestionale dei servizi potrebbe essere governata dalla Camera di commercio, fatte salve le perplessità su cosa gli organismi camerali siano capaci di fare e rappresentare.
Renato Azara, presidente dell’associazione Navigo Sardegna, che cerca di curare la malattia della disaggregazione delle imprese promuovendo una rete di servizi, mette sale nella piaga: «In Sardegna i porti sono vuoti, vuol dire che c’è un problema: l’isola non è avvertita come destinazione». Non le Camere di commercio, obietta, ma l’iniziativa va affidata agli yachtclub, che però devono cambiare metodi, mentalità, sistema. I porti vedono solo i propri bilanci. In Sardegna manca la formazione internazionale, lo scambio culturale, l’integrazione dei mercati». Concorda sul deficit culturale che penalizza il settore anche Vasco De Cet, direttore della Marina di Portisco: «Dobbiamo convincerci innanzitutto che non siamo portuali ripuliti ma operatori dell’accoglienza che odorano di salsedine», dice per marcare poca attitudine a farsi piegare dalla rassegnazione. «Le consuetudini del diportista medio sono state modificate dalla crisi. Non basta la meraviglia del patrimonio ambientale, serve alta qualità anche dove il mare è meno bello». De Cet è convinto che non sia necessario allungare la stagione ma costruire prodotti vendibili nel periodo fuori dalla stagionalità estiva. Per questo nelle prossime settimane Portisco sarà presente in due fiere mondiali.
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