Ragazzo ucciso 12 anni fa Il padre: chiedo giustizia
L’omicida marocchino venne condannato ma sfuggì al carcere perché espulso Il genitore scrive a Pigliaru: siamo morti due volte, ci aiuti a ritrovare la pace
ARZACHENA. Dopo dodici anni il dolore lacera ancora il cuore e l'anima di papà Paolo. Chiede giustizia per il delitto del figlio diciassettenne. Vuole che lo Stato sia al fianco della sua famiglia, scrive al governatore Pigliaru: «Abbiamo perso i valori della vita, non si può morire due volte». Il giovane Pierpaolo Meloni fu ucciso in paese con un fendente al cuore la notte dell’ 1 giugno 2003. L'assassino venne condannato, sentenza poi passata in giudicato, a 15 anni di carcere. Ma per un vizio di forma, il marocchino Kamil Abderrahmann, che all'epoca aveva 23 anni, sparì nel nulla: rimesso in libertà qualche mese dopo l'omidicio, ricevette poi un decreto di esplusione.
Il sogno. Paolo Meloni, 55 anni, è un piccolo impresario. Porta avanti l'azienda che aveva deciso di mettere su col figlio: «Era un sogno condiviso – racconta –, contavamo i giorni, avremmo costituito una società al compimento dei suoi 18 anni». Non si dà pace. Vuole fare che la vicenda abbia la conclusione che era stata definita dal tribunale. «L'assassino è ancora a piede libero – dice –, non voglio vendetta, cerco solo giustizia. Chiedo che il caso venga riaperto. Quella coltellata mortale inferta dodici anni fa a Pierpaolo ancora oggi fa sanguinare i nostri cuori, in cerca di pace».
Lo Stato. La famiglia chiede che lo Stato sia al suo fianco. Il padre ha così inviato una lettera al presidente della Regione, Francesco Pigliaru: «Mi dica lei cosa dobbiamo fare. Un ragazzo di 17 anni è stato ucciso, ma il colpevole è libero da 12 anni. Vorrei che mi desse una risposta, se possibile. Abbiamo perso i valori della vita, non si può morire due volte».
Il fatto. Nella lettera descrive in modo accurato quanto accaduto. «Il 3 giugno iniziò un lungo calvario per la nostra famiglia. L'autore del gesto fu arrestato la stessa sera del delitto e, reo confesso, venne scarcerato dopo un anno, perché il giudice si era dimenticato di firmare la custodia cautelare. Almeno così ci era stato detto – sottolinea il padre –. Abbiamo poi appurato che si trasferì in Romagna, ma lì commise un altro reato. Finì in carcere, ma venne rilasciato perché per lo Stato non risultava avere commesso altri reati. Abbiamo davvero perso i valori della vita, chiediamo solo giustizia».
La scelta. Il padre lotta da anni. «Lo Stato deve intervenire – ripete –. Non possono esserci due pesi e due misure, perché se non pago le tasse della mia piccola impresa gli esattori mi vengono a cercare e mi trovano. E il debito poi lo devo comunque saldare». Quando guarda le foto del figlio non nasconde la commozione: «Sa, è più difficile vivere che farsi giustizia. Voglio, vogliamo andare avanti per lui. Conserviamo bellissimi ricordi. Era un ragazzo tranquillo. Compiuti i 15 anni aveva scelto di lavorare con me. Era l'unico figlio maschio, abbiamo due femmine e per fortuna anche un nipotino. Gli piaceva uscire con gli amici nei giorni di festa, ma rientrava a casa alle 20, perché il mattino dopo, alle 7, voleva varcare puntuale la soglia del cantiere. Non ho buttato via nulla, conservo i suoi attrezzi da lavoro».
Lo sport. Il giovane Pierpaolo Meloni era un grande appassionato di calcio. «Era arrivato ad alti livelli – ricorda orgoglioso il padre –. Il percorso era iniziato con la Smeralda calcio, poi era approdato alla juniores Arzachena, si allenava con la prima squadra “Polisportiva Arzachena”, che in quegli anni militava nel campionato di Eccellenza. In suo ricordo collaboro con l'attuale società “Stella Smeralda”, il sodalizio ricorda spesso mio figlio. Ci sono sempre molto vicini, come tutto il paese». La famiglia conserva intatte le borse di calcio del ragazzo: «Sono ancora sporche dall'ultima partita che disputò a Ploaghe – ricorda il padre –. A noi piace ricordarlo anche così».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
