Tavolara, l'Area marina protetta sfratta le capre selvatiche: pericolose per l'ambiente
Via al progetto Life, dieci animali caricati su una barca e trasferiti a Berchiddeddu. L'Amp: a rischio le specie vegetali autoctone
OLBIA. Le hanno caricate sulla poppa di un barcone, dentro casse di legno, e dopo quindici minuti di navigazione hanno messo piede sulla terra ferma. Da ora in poi la loro vecchia e incontaminata casa, l’isola di Tavolara, al massimo potranno vederla da lontano, dai silenziosi monti di Berchiddeddu. Lo sfratto delle prime capre inselvatichite, che da decenni scorrazzano su dune e rocce calcaree di Tavolara, è scattato qualche mattina fa. Sono dieci quelle che hanno dovuto lasciare l’isola per poi finire nei terreni di un allevatore di Berchiddeddu, che ha scelto di prenderle in adozione. Il consorzio di gestione dell’Area marina protetta, comunque, non ha improvvisamente deciso di dichiarare guerra alle capre. L’azione rientra infatti nei delicati piani del progetto Life, che ha come obiettivo finale proprio la conservazione delle specie autoctone. Le capre, invece, sono classificate come aliene. Sono animali che si riproducono a dismisura e che mettono a serio rischio la sopravvivenza delle specie vegetali di cui si cibano senza pietà.
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L’invasione. Il numero delle capre oscilla tra i 360 e i 400 esemplari. A introdurle nell’isola è stato l’uomo, nel corso dei secoli, per motivi legati alla pastorizia. Una cinquantina di anni fa, agli albori del turismo, sono state poi abbandonate, libere di invadere Tavolara. Sono capre da allevamento, probabilmente di ceppo ogliastrino, poi inselvatichite. Nonostante l’isolamento, non presentano alcuna differenziazione genetica. «Il problema, però, è che le capre sono altamente invasive – spiega Giovanna Spano, naturalista dell’Amp di Tavolara –. Rappresentano un grosso pericolo per le specie vegetali. Non a caso sono inserite tra le prime 100 specie più invasive al mondo». Nel corso dei mesi studiosi e operatori hanno fatto un esperimento. Hanno recintato un fazzoletto di terra per impedire il pascolo delle capre. Il risultato è chiaro: all’esterno, dove arrivano le capre, la vegetazione è rasata a zero, mentre all’interno le piante crescono rigogliose e le ginestre sono addirittura in fiore.
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Tavolara addio. La cattura delle capre è una operazione complessa. A portarla avanti gli operatori del consorzio di gestione dell’area marina protetta, presieduto da Giuseppe Meloni e diretto da Augusto Navone, con la collaborazione di Forestas, con in prima linea il veterinario Roberto Serra, e dei servizi Igiene degli allevamenti e Sanità animale della Asl. Le capre sono state attirate con il cibo all’interno di un recinto e poi sono state a mano a mano infilate dentro delle casse di legno per il trasporto. «Ne abbiamo portato via 10 e più avanti ne porteremo via altre 15 – continua Giovanna Spano –. Siamo intervenuti solo sullo Spalmatore di Terra, anche perché in montagna le condizioni di cattura sono molto più complesse». Comunque, si tratta di un’operazione di contenimento. Al momento da Tavolara non si potrà sfrattare oltre il 10 per cento degli animali. «Le capre sono state adottate da un allevatore – aggiunge Giovanna Spano –. E abbiamo saputo che hanno reagito molto bene, sono abituate all’uomo».
Specie da salvare. Ma a Tavolara il problema non sono solo le capre. L’isola è infatti attaccata da tante altre specie aliene e di conseguenze le specie autoctone rischiano di scomparire per sempre. Per questo anni fa è stato avviato il progetto Life. Proprio a Tavolara è presente la maggiore popolazione mondiale della berta minore, costantemente minacciata dal ratto nero, contro cui sono state messe in campo delle azioni di eradicazione. Tra le specie invasive anche il Carpobrotus, una pianta in buona parte già eliminata dall’isola.
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