la cellula di al qaeda
Il fiume di danaro per la Jihad sparì con il cassiere pakistano
SASSARI. Le collette tra fedeli che versavano l’obolo per sostegni umanitari e il mantenimento delle matrasse religiose, dopo le raccolte nei vari paesi europei, confluivano in Pakistan. I canali...
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SASSARI. Le collette tra fedeli che versavano l’obolo per sostegni umanitari e il mantenimento delle matrasse religiose, dopo le raccolte nei vari paesi europei, confluivano in Pakistan. I canali attraverso i quali, come tanti rivoli, il danaro arrivava in Patria erano i più disparati, molti dei quali legali, attraverso bonifici bancari. A gestire il danaro in Patria c’era una organizzazione che divideva le sommedestinandole ai vari scopi, in parte per aiuti umanitari e, come ipotizzano gli investigatori della Digos italiana, in parte per finanziare il fondamentalismo islamico e tutte le sue flangie terroristiche. In questa fase gli inquirenti italiani riuscirono a captare, attraverso le intercettazioni telefoniche e ambientali, alle quali erano sottoposti gli arrestati sotto processo per la presunta affiliazione ad Al Qaeda, il disappunto del gruppo residente in Italia per la scomparsa, con oltre un milione di dollari, del “cassiere”, un pachistano residente a Peshawar. Lo appresero intercettando Ridi Yahya Khan – un afgano con negozio a Roma, il cui fratello venne arrestato, nel 2009, in Afganistan in una operazione antiterrorismo – al quale si rivolgevano gli amici pakistani che intendevano aiutare economicamente la famiglia dell’arrestato. (re.te.)
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