Un morto per l’amianto, assolti tre ex funzionari
di Angelo Mavuli
Il giudice ha escluso ogni responsabilità dei dipendenti regionali sui controlli Un operaio del Liscia colpito da asbestosi per contatto con materiali cancerogeni
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OLBIA. Assolti per non avere commesso il fatto, ieri a Tempio tre ex anziani funzionari regionali, accusati di omicidio colposo. Si è concluso ieri mattina con una sentenza assolutoria pronunciata dal Giudice monocratico Marco Contu, pubblico ministero Daniela Lai, il processo contro tre anziani funzionari regionali ex dipendenti di Enti regionali che gestivano, per conto della Regione Sardegna le dighe e gli impianti idrici.
I tre, Antonio Pischedda, 85 anni, di Sorso, difeso dall’avvocato Nicola Satta, il coetaneo Antonino Gandolfi di Nuoro, difeso dagli avvocati Enrico e Saverio Gatto e Marcello Santi, ultranovantenne originario di Rosignano Marittima (deceduto nel frattempo), rappresentato dall’avvocato Guido Manca Bitti, erano accusati di “cooperazione in omicidio colposo” di un operaio morto per Mesotelioma polmonare provocata da inalazione di polveri di amianto.
La storia. La causa venne avviata nel 2008, quando Enrico Riccardo Lamon, un operaio che prestava servizio nel centro di bonifica del Liscia, morì per un tumore polmonare contratto sul lavoro. L’uomo, dal 1954 e sino al 1991, aveva lavorato per conto delle ex aziende regionali negli impianti della diga del Liscia dove era addetto alla posa dei tubi in eternit della rete di distribuzione dell’acqua. Un impiego che lo aveva portato a lavorare a stretto contatto con materiali ritenuti successivamente cancerogeni, che gli causarono una patologia letale, l’asbestosi.
La difesa. I tre imputati dovevano rispondere della manca segnalazione di pericolo alla salute derivanti dal maneggio di quei tubi che sprigionavano letali polveri di amianto. Al termine del processo di ieri, i difensori del Gandolfi hanno espresso la soddisfazione perché la sentenza, “vista la formula e con riserva di esaminare la motivazione completa”, ha riconosciuto la tesi difensiva sostenuta in tutto il processo. Ossia il fatto che Gandolfi non avrebbe mai potuto assumere responsabilità personali sulla sicurezza nel lavoro, che competeva invece ai vertici dell'Ente datore di lavoro, Esaf ed Ersat, inspiegabilmente mai chiamati a risponderne nel processo. «Il dottor Gandolfi, funzionario di riconosciute ed elevate competenze – hanno detto i due legali – ha sempre svolto compiti importanti nell’ente, con impegno e con ottimi risultati specialmente in Gallura per la bonifica del Liscia. La tutela sul lavoro é stata sempre, invece, di competenza della Direzione di Cagliari. Il giudice, concludono i due difensori, sembra avere condiviso questa impostazione, dimostrata nel processo, restituendo con la sua decisione la serenità al Gandolfi ed alla sua famiglia».
Il pubblico ministero Daniela Lai aveva chiesto la condanna ad un anno e quattro mesi.
I tre, Antonio Pischedda, 85 anni, di Sorso, difeso dall’avvocato Nicola Satta, il coetaneo Antonino Gandolfi di Nuoro, difeso dagli avvocati Enrico e Saverio Gatto e Marcello Santi, ultranovantenne originario di Rosignano Marittima (deceduto nel frattempo), rappresentato dall’avvocato Guido Manca Bitti, erano accusati di “cooperazione in omicidio colposo” di un operaio morto per Mesotelioma polmonare provocata da inalazione di polveri di amianto.
La storia. La causa venne avviata nel 2008, quando Enrico Riccardo Lamon, un operaio che prestava servizio nel centro di bonifica del Liscia, morì per un tumore polmonare contratto sul lavoro. L’uomo, dal 1954 e sino al 1991, aveva lavorato per conto delle ex aziende regionali negli impianti della diga del Liscia dove era addetto alla posa dei tubi in eternit della rete di distribuzione dell’acqua. Un impiego che lo aveva portato a lavorare a stretto contatto con materiali ritenuti successivamente cancerogeni, che gli causarono una patologia letale, l’asbestosi.
La difesa. I tre imputati dovevano rispondere della manca segnalazione di pericolo alla salute derivanti dal maneggio di quei tubi che sprigionavano letali polveri di amianto. Al termine del processo di ieri, i difensori del Gandolfi hanno espresso la soddisfazione perché la sentenza, “vista la formula e con riserva di esaminare la motivazione completa”, ha riconosciuto la tesi difensiva sostenuta in tutto il processo. Ossia il fatto che Gandolfi non avrebbe mai potuto assumere responsabilità personali sulla sicurezza nel lavoro, che competeva invece ai vertici dell'Ente datore di lavoro, Esaf ed Ersat, inspiegabilmente mai chiamati a risponderne nel processo. «Il dottor Gandolfi, funzionario di riconosciute ed elevate competenze – hanno detto i due legali – ha sempre svolto compiti importanti nell’ente, con impegno e con ottimi risultati specialmente in Gallura per la bonifica del Liscia. La tutela sul lavoro é stata sempre, invece, di competenza della Direzione di Cagliari. Il giudice, concludono i due difensori, sembra avere condiviso questa impostazione, dimostrata nel processo, restituendo con la sua decisione la serenità al Gandolfi ed alla sua famiglia».
Il pubblico ministero Daniela Lai aveva chiesto la condanna ad un anno e quattro mesi.
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