il dibattito
I porti raccontano la storia olbiese
Archeologi e studiosi al convegno dell’Associazione vela latina
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OLBIA. Un filo rosso che corre lungo la storia di Olbia, seguendo la corrente del mare, arrivando a un porto, approdo di un lungo peregrinare. Proprio “Porti e approdi” è stato il titolo scelto per il quinto convegno “Dalla vela quadra alla vela latina”, diventato un prestigioso appuntamento con cadenza biennale, organizzato dall’associazione Vela latina di Olbia guidata da Angelo Dettori. Come palcoscenico e simbolo dal valore evocativo è stato scelto il museo archeologico, cresciuto sulle ceneri dei resti combusti delle navi da trasporto in rada che alla metà del V secolo subirono un’attacco incendiario dei Vandali, ed i cui relitti oggi restaurati rappresentano attrazione e testimonianza del passato per storici, archeologi e visitatori. I resti delle navi romane testimoniano l’importanza di un approdo, il suo prestigio come porto, la sua vitalità di traffici nei millenni, come anche la sua contraddittoria fragilità, esposto sia agli attacchi di popoli invasori, sia alle altalenanti crisi storiche della città.
Religione e approdi. A parlare degli approdi è stato l’archeologo Marco Agostino Amucano, anzi per meglio dire l’approdo al singolare, visto che la narrazione ha preso come paradigma le lezioni sulla storia dei luoghi nei luoghi stessi: il più importante dei quali è stata l’Isola Gabbia, fatta di granito e piante di fico d’india, più o meno a metà strada tra i moli dell’isola Bianca e del porto industriale. È qui che gli antichi romani facevano a fette la roccia: la tagliavano, la estraevano, ci facevano delle colonne. Tutta l’isola era una cava e le tracce sono dappertutto. «La filosofia della nostra associazione è organizzare visite a siti poco conosciuti, arrivandoci via mare e sfruttando questa occasione per valorizzare le barche della tradizione marittima olbiese come gozzi e chiattini», spiega Amucano. Poi è stata la volta di Rubens D’Oriano, funzionario della Soprintendenza archeologica di Sassari e Nuoro, che ha condotta una ricerca particolareggiata basata sui dati emersi dagli scavi, che riconducono a una ipotesi di continuità nell’uso dei luoghi di culto a Olbia, dai templi cartaginesi, i cui resti sono stati rinvenuti durante gli scavi per il tunnel, alle chiese di epoca romana come la cappella di Sant’Antonio e la chiesa di Santa Maria del Mare, i cui resti si trovano accanto all’edificio comunale di corso Umberto.
Tradizioni marinare. D’Oriano ha parlato poi anche dell’approdo, causa prima di nascita e sviluppo dell’insediamento umano, rimarcato in modo forte e tangibile dalla sacralità religiosa pagana, poi ricalcata nel tempo da quella cristiana, fino alla modernità. L’antropologa Elisabeth Evrard, francese ma da 20 anni in sardegna, ha invece illustrato l’esempio della Bretagna, sua terra d’origine, attraverso le modalità con cui i porti testimoniano paradigmaticamente del vivace rapporto che si è creato tra quel territorio e la propria cultura marittima. Infine il convegno è stato chiuso da Tonino Sanna, che ha esposto a storia della doppia colonizzazione dell’isola di San Pietro, ligure dal 1738 e ponzese dal 1865 in poi, con la lenta ma armoniosa integrazione finale che oggi si può riscontrare tra i differenti gruppi culturali esogeni. (g.d.m.)
Religione e approdi. A parlare degli approdi è stato l’archeologo Marco Agostino Amucano, anzi per meglio dire l’approdo al singolare, visto che la narrazione ha preso come paradigma le lezioni sulla storia dei luoghi nei luoghi stessi: il più importante dei quali è stata l’Isola Gabbia, fatta di granito e piante di fico d’india, più o meno a metà strada tra i moli dell’isola Bianca e del porto industriale. È qui che gli antichi romani facevano a fette la roccia: la tagliavano, la estraevano, ci facevano delle colonne. Tutta l’isola era una cava e le tracce sono dappertutto. «La filosofia della nostra associazione è organizzare visite a siti poco conosciuti, arrivandoci via mare e sfruttando questa occasione per valorizzare le barche della tradizione marittima olbiese come gozzi e chiattini», spiega Amucano. Poi è stata la volta di Rubens D’Oriano, funzionario della Soprintendenza archeologica di Sassari e Nuoro, che ha condotta una ricerca particolareggiata basata sui dati emersi dagli scavi, che riconducono a una ipotesi di continuità nell’uso dei luoghi di culto a Olbia, dai templi cartaginesi, i cui resti sono stati rinvenuti durante gli scavi per il tunnel, alle chiese di epoca romana come la cappella di Sant’Antonio e la chiesa di Santa Maria del Mare, i cui resti si trovano accanto all’edificio comunale di corso Umberto.
Tradizioni marinare. D’Oriano ha parlato poi anche dell’approdo, causa prima di nascita e sviluppo dell’insediamento umano, rimarcato in modo forte e tangibile dalla sacralità religiosa pagana, poi ricalcata nel tempo da quella cristiana, fino alla modernità. L’antropologa Elisabeth Evrard, francese ma da 20 anni in sardegna, ha invece illustrato l’esempio della Bretagna, sua terra d’origine, attraverso le modalità con cui i porti testimoniano paradigmaticamente del vivace rapporto che si è creato tra quel territorio e la propria cultura marittima. Infine il convegno è stato chiuso da Tonino Sanna, che ha esposto a storia della doppia colonizzazione dell’isola di San Pietro, ligure dal 1738 e ponzese dal 1865 in poi, con la lenta ma armoniosa integrazione finale che oggi si può riscontrare tra i differenti gruppi culturali esogeni. (g.d.m.)
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