Perizia sulla clinica Michelangelo è scontro tra l’accusa e la difesa

L’avvocato Caredda che tutela due delle tre pazienti: enfasi eccessiva per un’indagine preliminare Il legale sollecita l’azione della Procura e annuncia accertamenti di parte per tutte le sue assistite

OLBIA. La vicenda giudiziaria che riguarda la Clinica Michelangelo «è ben lontana dall’essere conclusa: il procedimento è ancora in fase di indagine preliminare». A rimarcarlo è l’avvocato Egidio Caredda, che tutela due delle tre pazienti che avevano eseguito degli interventi di chirurgia plastica nella struttura di via Capo verde, sottoposte ad accertamenti da parte del perito nominato dal tribunale di Tempio nell’inchiesta che vede sotto accusa per presunte lesioni, il chirurgo plastico Raffaele Ceccarino e il legale rappresentante della clinica, Michele Mossa. Dagli accertamenti eseguiti dal perito non sono emersi nei loro confronti «profili di negligenza, imperizia e imprudenza». La perizia ha, di fatto, confortato la difesa che ha sempre sostenuto la regolarità dei trattamenti. Ma l’avvocato Caredda cerca di demolire l’enfasi della difesa – rappresentata dagli avvocati Giampaolo Murrighile e Domenico Putzolu –, sottolineando che «la perizia disposta solo su tre donne necessita di essere contestualizzata all’interno di un procedimento penale complesso, ancora in fase di indagini preliminari. Ho conferito mandato ad un perito medico-legale che fornirà presto una dettagliata relazione sulle donne, sette quelle da me assistite, e la cui spendibilità avrà valenza sia in sede penale che in sede civile. A novembre una delle pazienti ha subito l’asportazione delle protesi al seno impiantate nell’ambulatorio, ed è stato già programmato lo stesso intervento per una terza donna». Per il legale, la vicenda giudiziaria è ben lontana dall’essere chiusa. Sposta, poi, l’attenzione sulle autorizzazioni. Quando nel 2016 esplose il caso dopo le denunce di alcune pazienti, la clinica per un periodo fu messa sotto sequestro dalla Procura perché considerata abusiva e successivamente dissequestrata dal Riesame. «Come si evince dalla documentazione in possesso delle mie assistite, confluita nel fascicolo della Procura, le pazienti venivano sottoposte ad interventi non classificabili come attività di “bassa complessità” trattandosi di mastoplastica e addominoplastica con successiva degenza post-operatoria in ambiente non autorizzato e senza personale medico o paramedico come prescritto dalla legge: un aspetto che solo il dibattimento potrà chiarire».

In merito all’audizione del perito in aula, Caredda ritiene che specialista abbia fatto integrazioni importanti alla perizia, sulla base delle sue domande. «A mia domanda specifica, ha meglio precisato le conseguenze alle quali una delle donne con un quadro clinico di “setticemia” sarebbe pervenuta in assenza del ricovero nelle cliniche universitarie di Sassari dove le sono state espiantate d’urgenza le protesi: la risposta è stata che, quel quadro clinico, tra le altre conseguenze, poteva portare anche al decesso. Solleciterò la Procura affinché tutte le mie assistite ottengano una risposta alla legittima richiesta di giustizia».

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