La Nuova Sardegna

Olbia

Fronte contro i reati sulle donne

di Stefania Puorro
Fronte contro i reati sulle donne

Si è parlato di mezzi per contrastarli in un convegno organizzato dall’Ugl

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OLBIA. Quando si parla di violenza contro le donne, si parte sempre dai numeri. Perché sono quelli che colpiscono, che fotografano la drammatica realtà e che devono portare a riflettere. Per cercare e trovare soluzioni. I numeri sono stati anche quelli forniti dal segretario generale uscente del sindacato di polizia Fsp Ugl. Daniele Sechi ha parlato in un convegno (all’Expo) dedicato alla violenza sulle donne e ai mezzi per contrastarla. In platea tanti giovani, tra cui gli studenti del Panedda che, con il centro antiviolenza Prospettiva Donna, sono impegnati in progetti e iniziative sull’educazione alla non violenza.

Femminicidi. «Dal 2000 al 2018 sono state più di 3000 le donne uccise - ha detto Sechi -. Una ogni 53 ore. Tutte tragiche morti che, nella maggioranza dei casi, avvengono nell’ambito della sfera familiare. I dati sul fenomeno sono agghiaccianti. Nel 2017 i femminicidi sono avvenuti nel 46% dei casi per mano del partner. E negli ultimi 10 anni l’incidenza delle vittime di genere femminile sul totale degli omicidi commessi è aumentata dal 24 al 34%, E purtroppo, talvolta, l’assassino non si ferma alla madre ma uccide anche i propri figli. Nei primi mesi del 2018, sono già 25 le donne assassinate».

Gli esperti. A fare i conti con la realtà, sono soprattutto gli esperti, quelli che lavorano ogni giorno in prima linea contro la violenza sulle donne. Quelli che credono sia fondamentale non sottovalutare i segnali, come hanno detto Patrizia Desole, presidente di Prospettiva Donna, e Cristiano Depalmas, psicologo, pedagogista e docente universitario». Ma non basta.

L’ascolto delle vittime. «Bisogna saper ascoltare la vittima che racconta di un abuso subìto - ha detto Depalmas -, bisogna fare in modo che lei si possa fidare. La comunicazione è fondamentale. Ecco perché l’operatore di polizia che raccoglie la denuncia deve essere preparato, formato. E deve saper rispondere aanche alle domande che rivolge a se stesso: cosa devo fare? Che cosa devo far emergere? Anche il caso più semplice diventa difficilissimo se le informazioni non vengono raccolte nel modo giusto e non si trova la chiave giusta».

«Sì, bisogna essere preparati ad accogliere la donna e ad ascoltarla - ha ribadito Patrizia Desole -. E bisogna sempre creare le giuste condizioni affinché la donna, nel momento in cui comincia ad aver fiducia in cui l’ascolta, si senta protetta». Depalmas, intervenuto all’incontro per conto del Centro di Vittimologia, ha poi raccontato una storia vera agli studenti. Quella di Maria (nome di fantasia), una delle tante donne picchiate e perseguitate dall’ex marito. «Non la faceva vivere, era un violento, rientrava spesso ubriaco, era instabile, nevoso, la ossessionava». Una terribile storia vissuta che Maria ha scritto in una lettera. «Perché con lei questa era la chiave giusta per farla liberare di ciò che si portava dentro - ha chiuso Depalmas -. E così l’abbiamo aiutata».

La rete. Poi l’accento è caduto sull’assoluta necessità di continuare a fare rete e, a questo proposito, Patrizia Desole ha ricordato il protocollo firmato alcuni anni tra il centro antiviolenza, la Assl, le forze dell’ordine e i servizi sociali del Comune. La presidente di Prospettiva Donna, ancora una volta, ha fatto un quadro di quella che è la situazione drammatica che si vive in Gallura e ha ricordato che sono più di 4000 le donne che si sono rivolte al centro. Poi, parlando ai ragazzi, ha sottolineato il loro impegno e la loro sensibilità «per continuare a fare prevenzione e per diffondere la cultura del rispetto».

Vittimizzazione secondaria. E’ intervenuto anche l’avvocato penalista Ivano Lai che ha parlato di vittimizzazione secondaria. «Pensate a una donna che ha subìto a lungo violenze, maltrattamenti, torture psicologiche. E pensate a tutte quelle volte in cui diventerà, purtroppo, di nuovo vittima. Perché dopo aver parlato al poliziotto, lo dovrà fare anche in tribunale. E spesso è costretta a raccontare il suo inferno più di una volta perché un giudice può essere trasferito e il processo deve ricominciare da zero».

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