Il pm: «Aste pilotate, undici a giudizio»
di Tiziana Simula
La Procura di Roma chiede il processo per magistrati, avvocati e cancellieri accusati di turbativa per villa Ragnedda
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TEMPIO. Chiede il rinvio a giudizio per gli undici imputati nell’inchiesta sulla presunta turbativa d’asta al tribunale di Tempio, il pubblico ministero romano Stefano Rocco Fava che da due anni ha puntato i riflettori sul palazzo di giustizia gallurese. La richiesta è stata già depositata nella cancelleria del gip del tribunale di Roma, ma ancora non è stata fissata la data dell’udienza preliminare.
Le indagini sono state chiuse ad aprile. Undici le persone coinvolte: sei magistrati, due avvocati, un perito e due cancellieri. Tutti accusati di turbativa d’asta o di ipotesi di reato collegati all’accusa principale. Tra i nomi eccellenti, quello della presidente della Corte d’appello di Cagliari ed ex presidente del tribunale di Tempio, Gemma Cucca, e quello dell’ex presidente del tribunale di Tempio ed ex presidente della Corte d’appello di Sassari, Francesco Mazzaroppi.
La vicenda è quella ormai nota della presunta turbativa d’asta relativa alla vendita della villa dell’imprenditore di Arzachena Sebastiano Ragnedda, aggiudicata con un abbattimento del 25 per cento sul prezzo a base d’asta per la presenza di un occupante che, in realtà, era già morto. Il fascicolo era stato aperto, nell’aprile 2016, dopo la denuncia della moglie di Ragnedda, Patricia Alejandra Gomez, diventata dopo la morte dell’imprenditore, legale rappresentante delle due società proprietarie della villa (Rebus srl) e del terreno (Cavallino Bianco spa), la quale segnalava anomalie nell’aggiudicazione dell’immobile. Un’altra denuncia era stata presentata anche dalla creditrice Unipol assicurazioni.
Di fronte al giudice dell’udienza preliminare dovranno comparire magistrati, avvocati, periti e cancellieri, tutti, secondo la Procura di Roma, coinvolti, a vario titolo, nell’aggiudicazione “pilotata” del 26 gennaio 2016 della villa di Baia Sardinia, acquistata per 472mila da due giovani magistrati, Chiara Mazzaroppi e Andrea Schirra, figlia e genero dell’ex presidente (ora in pensione), Francesco Mazzaroppi. La vicenda giudiziaria coinvolge il giudice delle esecuzioni del tribunale di Tempio Alessandro Di Giacomo, già sospeso per un anno dalle sue funzioni da un’ordinanza firmata dal gip di Roma Giulia Proto nel dicembre scorso, i due aggiudicatari della villa, l’ex presidente del tribunale di Tempio ed ex presidente della Corte d’appello di Sassari ai tempi dell’aggiudicazione dell’immobile, Francesco Mazzaroppi, ritenuto dalla procura capitolina il “regista” dell’operazione. E ancora: due avvocati del foro di Tempio, Giuliano Frau e Tomasina Amadori, marito e moglie, legali di Mazzaroppi e Schirra, e il perito nominato dal tribunale per valutare l’immobile venduto all’asta, Ermanno Giua, accusato di falsa perizia, raggiunto anche lui dalla misura interdittiva di un anno disposta dal gip di Roma. Imputata e sospesa per sei mesi dal gip Proto, anche il giudice Elisabetta Carta che, secondo la Procura, avrebbe disposto le intercettazioni avvisando però gli interessati, gli avvocati Frau e Amadori. Infine, la presidente della Corte d’Appello di Cagliari: a Gemma Cucca, il pm Fava contesta di aver rivelato a Di Giacomo, di essere sottoposto ad ispezione ministeriale e di averlo favorito «consentendogli di redigere una nota, poi sottoscritta da lei stessa».
Le indagini sono state chiuse ad aprile. Undici le persone coinvolte: sei magistrati, due avvocati, un perito e due cancellieri. Tutti accusati di turbativa d’asta o di ipotesi di reato collegati all’accusa principale. Tra i nomi eccellenti, quello della presidente della Corte d’appello di Cagliari ed ex presidente del tribunale di Tempio, Gemma Cucca, e quello dell’ex presidente del tribunale di Tempio ed ex presidente della Corte d’appello di Sassari, Francesco Mazzaroppi.
La vicenda è quella ormai nota della presunta turbativa d’asta relativa alla vendita della villa dell’imprenditore di Arzachena Sebastiano Ragnedda, aggiudicata con un abbattimento del 25 per cento sul prezzo a base d’asta per la presenza di un occupante che, in realtà, era già morto. Il fascicolo era stato aperto, nell’aprile 2016, dopo la denuncia della moglie di Ragnedda, Patricia Alejandra Gomez, diventata dopo la morte dell’imprenditore, legale rappresentante delle due società proprietarie della villa (Rebus srl) e del terreno (Cavallino Bianco spa), la quale segnalava anomalie nell’aggiudicazione dell’immobile. Un’altra denuncia era stata presentata anche dalla creditrice Unipol assicurazioni.
Di fronte al giudice dell’udienza preliminare dovranno comparire magistrati, avvocati, periti e cancellieri, tutti, secondo la Procura di Roma, coinvolti, a vario titolo, nell’aggiudicazione “pilotata” del 26 gennaio 2016 della villa di Baia Sardinia, acquistata per 472mila da due giovani magistrati, Chiara Mazzaroppi e Andrea Schirra, figlia e genero dell’ex presidente (ora in pensione), Francesco Mazzaroppi. La vicenda giudiziaria coinvolge il giudice delle esecuzioni del tribunale di Tempio Alessandro Di Giacomo, già sospeso per un anno dalle sue funzioni da un’ordinanza firmata dal gip di Roma Giulia Proto nel dicembre scorso, i due aggiudicatari della villa, l’ex presidente del tribunale di Tempio ed ex presidente della Corte d’appello di Sassari ai tempi dell’aggiudicazione dell’immobile, Francesco Mazzaroppi, ritenuto dalla procura capitolina il “regista” dell’operazione. E ancora: due avvocati del foro di Tempio, Giuliano Frau e Tomasina Amadori, marito e moglie, legali di Mazzaroppi e Schirra, e il perito nominato dal tribunale per valutare l’immobile venduto all’asta, Ermanno Giua, accusato di falsa perizia, raggiunto anche lui dalla misura interdittiva di un anno disposta dal gip di Roma. Imputata e sospesa per sei mesi dal gip Proto, anche il giudice Elisabetta Carta che, secondo la Procura, avrebbe disposto le intercettazioni avvisando però gli interessati, gli avvocati Frau e Amadori. Infine, la presidente della Corte d’Appello di Cagliari: a Gemma Cucca, il pm Fava contesta di aver rivelato a Di Giacomo, di essere sottoposto ad ispezione ministeriale e di averlo favorito «consentendogli di redigere una nota, poi sottoscritta da lei stessa».
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