Vino e cibo divisi sulla via del turismo «Manca una guida»
di Giandomenico Mele
Il guru del marketing Josep Ejarque: basta enogastronomia Per operatori e Regione meglio puntare sull’agroalimentare
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OLBIA. Disillusione e prodotto turistico. Capita quando ingaggi un guru del marketing come Josep Ejarque e ti trovi davanti il tema del turismo enogastronomico. Sardegna, cibo e vino. Un binomio, elevato al quadrato, che si pensava di assoluta eccellenza. Invece, no. C’è da lavorare e tanto. La Sardegna è solo undicesima nella classifica delle regioni italiane preferite dal turista enogastronomico, sulla base dei dati snocciolati da Roberta Garibaldi, ambasciatrice della World Travel Food Association. «La Sardegna una destinazione enogastronomica? Non lo siamo ancora», sentenzia Ejarque, aprendo il dibattito al terzo appuntamento di Sardinia Call2Action, ciclo di incontro tematici attivato a Olbia da Geasar, società che gestisce lo scalo Costa Smeralda e assessorato regionale al Turismo.
Strade sbagliate. Le storie di successo fanno capire la fallibilità nel sistema Sardegna. Le Fiandre, con la gastronomia che diventa attrattiva di successo, puntano tutto sul loro piatto tipico: cozze con patatine fritte. Che, detto a Olbia, dove la cozza è da sempre “l’oro nero” nel tessuto economico, fa quasi sorridere. Ma così è. Già parlare di turismo enogastronomico, per Ejarque, è sbagliato. Si deve dividere la materia, in turismo del cibo e turismo del vino. Per quest’ultimo, a livello organizzativo, arriva la prima bocciatura. «Alla Sardegna non servono iniziative come “Le strade del vino” – sottolinea il consulente spagnolo –. Quelle sono iniziative agricole, noi abbiamo bisogno di proposte turistiche». Concetto ribadito, per correlazione, anche da Antonio Posadinu, direttore commerciale delle Cantine Sella&Mosca. «Noi dagli anni ’70 abbiamo creato una struttura di accoglienza per l’enoturismo – racconta _ . La dimensione delle aziende vitivinicole in Sardegna spesso non permette simili investimenti. Ma posso dire che l’esperienza de “Le strade del vino del nord ovest”, realizzata insieme alla Provincia, fu un fallimento: perché le aziende non erano pronte per l’accoglienza».
I casi virtuosi. Così Daniela Pinna, del Consorzio di tutela del Vermentino di Gallura: «Siamo capaci di andare avanti insieme? Come Consorzio ci stiamo provando, ma occorre una guida univoca». Concetto fatto proprio anche da Pierluigi Caria, assessore regionale all’Agricoltura, che ha spiegato come si punti «sui prodotti dell’agroalimentare come collante per aumentare l’offerta turistica». Con l’assessorato che «sta cercando di portare avanti un cambiamento culturale, mettendo insieme gli operatori per avere anche la quantità oltre che la qualità come valore aggiunto sui mercati». Ricette? Più che altro esempi, come quello della città di Parma. Un caso di scuola, illustrato da Cristiano Casa, assessore al Turismo di quella città. «Eravamo seduti su un forziere di prodotti conosciuti nel mondo, il business legato a Dop e Igp di Parma rappresenta il 20% del fatturato italiano, per un miliardo e mezzo di euro – spiega –. Abbiamo così creato un prodotto turistico partendo dalle nostre eccellenza, come il parmigiano, il prosciutto di Parma, pomodoro e pasta. Abbiamo definito requisiti per far parte di un club nel quale c’erano i prodotti del nostro territorio». A quando il club con carasau e pecorino?
Strade sbagliate. Le storie di successo fanno capire la fallibilità nel sistema Sardegna. Le Fiandre, con la gastronomia che diventa attrattiva di successo, puntano tutto sul loro piatto tipico: cozze con patatine fritte. Che, detto a Olbia, dove la cozza è da sempre “l’oro nero” nel tessuto economico, fa quasi sorridere. Ma così è. Già parlare di turismo enogastronomico, per Ejarque, è sbagliato. Si deve dividere la materia, in turismo del cibo e turismo del vino. Per quest’ultimo, a livello organizzativo, arriva la prima bocciatura. «Alla Sardegna non servono iniziative come “Le strade del vino” – sottolinea il consulente spagnolo –. Quelle sono iniziative agricole, noi abbiamo bisogno di proposte turistiche». Concetto ribadito, per correlazione, anche da Antonio Posadinu, direttore commerciale delle Cantine Sella&Mosca. «Noi dagli anni ’70 abbiamo creato una struttura di accoglienza per l’enoturismo – racconta _ . La dimensione delle aziende vitivinicole in Sardegna spesso non permette simili investimenti. Ma posso dire che l’esperienza de “Le strade del vino del nord ovest”, realizzata insieme alla Provincia, fu un fallimento: perché le aziende non erano pronte per l’accoglienza».
I casi virtuosi. Così Daniela Pinna, del Consorzio di tutela del Vermentino di Gallura: «Siamo capaci di andare avanti insieme? Come Consorzio ci stiamo provando, ma occorre una guida univoca». Concetto fatto proprio anche da Pierluigi Caria, assessore regionale all’Agricoltura, che ha spiegato come si punti «sui prodotti dell’agroalimentare come collante per aumentare l’offerta turistica». Con l’assessorato che «sta cercando di portare avanti un cambiamento culturale, mettendo insieme gli operatori per avere anche la quantità oltre che la qualità come valore aggiunto sui mercati». Ricette? Più che altro esempi, come quello della città di Parma. Un caso di scuola, illustrato da Cristiano Casa, assessore al Turismo di quella città. «Eravamo seduti su un forziere di prodotti conosciuti nel mondo, il business legato a Dop e Igp di Parma rappresenta il 20% del fatturato italiano, per un miliardo e mezzo di euro – spiega –. Abbiamo così creato un prodotto turistico partendo dalle nostre eccellenza, come il parmigiano, il prosciutto di Parma, pomodoro e pasta. Abbiamo definito requisiti per far parte di un club nel quale c’erano i prodotti del nostro territorio». A quando il club con carasau e pecorino?
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