La marcia della memoria: «Noi non dimentichiamo»

La fiaccolata in ricordo dei morti del ciclone Cleopatra ha attraversato la città Per strada centinaia di persone. Il grido d’allarme: continuiamo ad avere paura

OLBIA. Il corteo si muove nel buio e nel freddo della sera. In silenzio, senza clamori, senza riflettori. Parlano solo le fiaccole. Luci flebili che illuminano le strade che il fango aveva trasformato in un regno di morte e devastazione. Le immagini di cinque anni fa sono impresse nella memoria di chiunque: case che vomitano fango, uomini e donne con gli stivali al ginocchio, auto ripescate dal fondo dei canali. Oggi le ferite materiali quasi non si vedono più, ma ognuno le avverte ancora nel profondo della propria anima. Per questo, ieri sera, in centinaia si sono messi in marcia per le vie della città. È l’unico modo per dire «io ci sono, io non dimentico». La fiaccolata è partita dalla chiesa di Sant’Antonio, nel 2013 trasformata in un maxi centro di smistamento di abiti e alimenti, ed è terminata davanti ai pochi centimetri di acqua del canale di via Belgio, dove morirono una mamma con la sua bambina. Una marcia che, anche per questi primi cinque anni dal 18 novembre del 2013, ha potuto contare su una buona partecipazione. Tanta gente che, con la testa bassa e una fiaccola stretta tra le mani, ha voluto ricordare chi in mezzo al fango dell’alluvione ci ha lasciato la vita.

La marcia silenziosa. Ad aprire la fiaccolata è stato uno striscione: «Insieme per non dimenticare». La silenziosa marcia, nata nel primo anniversario per ricordare le tredici vittime galluresi del ciclone Cleopatra, ha attraversato alcune delle «vie del fango». E quindi via Lazio, via Amba Alagi, via Ungheria, via Belgio. Il corteo, salutato dalle candele sistemate su balconi e davanzali, si è fermato davanti alla casa di Anna Ragnedda, 83 anni, morta tra le mura della sua stanza. In via Belgio, dove persero la vita Morgana Giagoni e Patrizia Corona, mamma e figlia, 2 e 42 anni, sono stati fatti volare dei palloncini bianchi e rossi. Qui, davanti ai pupazzi e ai fiori appesi a un lampione, il saluto più struggente sulle note di «The sound of silence», interpretata dagli Estemporanea.

Cinque anni dopo. Le fiaccole ricordano i morti, ma ricordano anche che Olbia continua a essere una città vulnerabile. Chi vive nelle zone rosse continua a fare i conti con la paura. «Ricordo bene quel giorno – dice Antonio Mureddu, 32 anni –. L’acqua aveva sfondato la pota finestra. È successo tutto di colpo. I danni sono stati tantissimi. Ma per fortuna noi ci siamo salvati, qualcun altro purtroppo no. E il problema di oggi è che non ci sentiamo sicuri, continuiamo ad avere paura». Anche Bebo Ariu, pensionato, ha voluto ricordare quello che per Olbia è stato il giorno più brutto. «Lo spavento è stato enorme, ma ricordo bene la solidarietà. È un qualcosa che mi ha commosso – racconta –. Anche per questo ho voluto partecipare. Sono cose che non si possono dimenticare». Ed è proprio in occasione di questo quinto anniversario che tutta la città si è commossa tra le righe della lettera scritta da una donna che fino a oggi aveva deciso di restare in silenzio. È Carolina Serreri, la mamma e la moglie di Enrico e Francesco Mazzoccu, 4 e 35 anni, annegati nella piena di un rigagnolo. «Nessuno ha mai pensato di intitolare una piazza a quelle vittime innocenti. O magari una scuola. Nessuno si è mai azzardato di proporre l’affissione di una targa» ha scritto la giovane donna. Domani, nella scuola media di Isticadeddu, il Rotary dedicherà alle vittime del 2013 un’aula multimediale. Ma per un gesto simbolico da parte delle istituzioni bisognerà aspettare ancora.

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