La Nuova Sardegna

Olbia

Tragedia di Monte Pino, le auto abbandonate da chi ha avviato il cantiere

di Marco Bittau
Tragedia di Monte Pino, le auto abbandonate da chi ha avviato il cantiere

Olbia, nel 2018 le carcasse erano state rimosse dalla voragine, ma non smaltite

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OLBIA. Mentre l’amara beffa riservata alle vittime della tragedia di Monte Pino diventa un caso nazionale, dalle memorie dell’alluvione riaffiora un particolare da non trascurare per fare luce su chi deve provvedere allo sgombero dei “rottami inquinanti” delle macchine inghiottite dalla voragine dove sono morti Bruno Fiore, Sebastiana Brundu e Maria Loriga. E dove si è salvata per miracolo Veronica Gelsomino.

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Infatti, le carcasse delle due auto, custodi silenziose della tragedia, erano già state parzialmente recuperate poco più di un anno fa, al momento di avviare il cantiere per la ricostruzione della strada crollata sotto il peso schiacciante del ciclone Cleopatra il 18 novembre 2013, sei anni fa. Sotto gli occhi dell’Anas – riferiscono le cronache del 28 settembre 2018 – il braccio meccanico di una gru dell’impresa Imp di Carloforte che si era aggiudicata i lavori di ricostruzione della strada aveva ripescato le due auto dalla voragine dove erano rimaste cinque interminabili anni. Recuperate, ma non rimosse. Soltanto “parcheggiate” in uno spazio vicino al cantiere. E lì sono state lasciate. Dimenticate nella strada fantasma. Probabilmente travolte dall’abbandono del cantiere Anas da parte della stessa impresa appaltatrice. Significa che si era già stabilito una volta chi doveva provvedere al recupero dei rottami e presumibilmente anche al loro smaltimento come resti di cantiere. Rifiuti speciali, anzi. E significa anche che chi già lo stava facendo ha interrotto il lavoro a metà.

Questo è un dato certo, così come certo è che nel frattempo il Reparto operativo aeronavale della guardia di finanza ha avviato un’indagine (ancora allo stato embrionale) su un eventuale inquinamento ambientale a seguito del crollo della strada provinciale 38, tra Olbia e Tempio, durante l’alluvione del 18 novembre 2013. Tra le possibili cause d’inquinamento ci sarebbero anche i rottami delle due auto, rifiuti speciali, finite nella scarpata con il loro carico di morte: tre persone senza vita e una sopravvissuta. Se e quando saranno individuati i responsabili del presunto inquinamento, a loro spetterà anche l’incombenza del ripristino ambientale.

In questo contesto di indagine preliminare sono finiti anche i familiari delle vittime, cioè Alessandro Fiore e Lucia Manconi, marito e moglie, e Valentina Gelsomino unica sopravvissuta alla tragedia. Alla loro porta hanno bussato gli investigatori della sezione navale della guardia di finanza. Destino ingrato, non un giorno a caso, ma proprio al cadere del sesto anniversario dell’alluvione. Cioè il giorno del dolore.

Eppure già un anno fa la questione del recupero e dello smaltimento delle due carcasse d’auto sembrava risolta. In ogni caso, un fatto secondaria rispetto alle lungaggini di un processo per omicidio colposo che ancora oggi, dopo sei anni, non si è concluso neppure nel primo grado di giudizio. E secondaria anche di fronte alla vergogna di una strada mai ricostruita dopo il crollo e travolta dagli ingranaggi della burocrazia e dal meccanismo perverso degli appalti pubblici. A Monte Pino quel giorno, il 28 settembre 2018, per il ripescaggio dei rottami (e, di fatto, anche per l’avvio del cantiere di ricostruzione) era stata organizzata persino una cerimonia-commemorazione con la presenza anche dei familiari e parenti delle vittime. Sembrava quasi una liberazione, la fine di un incubo. Dopo cinque anni vedere per la prima volta quelle auto distrutte e vederle riemergere dalla voragine era stato un bagno di lacrime. Un viaggio in uno di quei luoghi del dolore da cui non si torna mai indietro. Impossibile allora pensare che dopo tanto dolore la beffa più atroce doveva ancora arrivare.

@marcobittau.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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