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Olbia

Norme anti-assembramento a Olbia: «Siamo baristi, non poliziotti»

di Dario Budroni
Norme anti-assembramento a Olbia: «Siamo baristi, non poliziotti»

Il Gregorio, uno dei locali più frequentati della movida, alle prese con le regole anti contro il contagio Covid

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OLBIA. I baristi si sono trasformati in pubblici ufficiali. Prima dovevano occuparsi della gestione del locale e di far star bene i clienti, ora si trovano anche costretti a far rispettare le distanze e ad allontanare le persone di troppo. Succede dappertutto, ma nei locali della movida c’è da perderci la testa. Basti pensare al Caffè Gregorio, in via Principe Umberto, uno dei bar più frequentati dai giovani olbiesi: qui in tempi normali la gente si ammassava fino al bordo della strada, mentre da un paio di giorni titolare e staff devono sudare sette camicie per disperdere con gentilezza i clienti. «Tutto questo è contro natura, perché il bar è un luogo di incontro e non di distanziamento. Ce la mettiamo tutta, ma non possiamo certo impedire alle persone di salutarsi» spiega il titolare Salvatore Taras.

La riapertura. Il bar di via Principe Umberto ha riaperto giovedì, dopo due mesi e mezzo di quarantena forzata. Diverse le strategie messe in campo per evitare ogni tipo di assembramento: riduzione dei posti a sedere, prenotazione dei tavoli e sospensione del servizio al banco dalle 19. «Ma non è facile – spiega il titolare del bar inaugurato nel lontano 1973 – Olbia è una piccola città, la gente si conosce ed è abituata a salutarsi e ad abbracciarsi. In più siamo in pieno centro: le persone passeggiano e, se vedono amici seduti al bar, si avvicinano e si fermano a chiacchierare. Non riusciamo a stare dietro a tutto questo. Anche perché non possiamo indisporre troppo il cliente, altrimenti a emergenza finita non tornerà più».

Il post lockdown. Salvatore Taras lo dice chiaro e tondo: «Non posso fare da pubblico ufficiale». E basta mettersi nei suoi panni per comprendere il suo punto di vista: «Capita di vedere dei giovani seduti troppo vicini. Io posso riprenderli ricordando loro che è obbligatorio rispettare la distanza di un metro. E loro magari mi rispondono dicendo che sono fratelli e che vivono insieme. Chi sono io per mettere in dubbio questa cosa? Non posso certo chiedere i documenti». Taras sa bene che il distanziamento serve per contrastare un virus ancora in circolazione. «Ma allo stesso tempo è difficile trovare la normalità in una situazione che è anormale – afferma – Poi è chiaro: i clienti li vogliamo, sono la nostra fonte di guadagno e sono contento dell’ottima risposta. Ma far rispettare tutte le regole è complicato. Senza contare che c’è il rischio di sanzioni. L’alternativa sarebbe stato chiudere fino a fine pandemia, ma lo Stato non ha i soldi per pagarci le spese vive e garantirci un ristoro che ci permetta di campare».

Le difficoltà. Nonostante il nuovo ruolo di “distanziometro”, Salvatore Taras è contento di essere tornato al lavoro: «Era l’unica soluzione, altrimenti, come tanti altri avrei rischiato di non riaprire più. L’attività ha molti costi e le spese di gestione, se non lavori, diventano subito insostenibili. A me ancora non sono arrivati i 600 euro. Ma mi dispiace di più che, dopo due mesi e mezzo, non è arrivata la cassa integrazione ai dipendenti».

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