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Olbia

Segregata e violentata per 50 giorni

Segregata e violentata per 50 giorni

Chiesto il rinvio a giudizio di un 32enne di Golfo Aranci: la stordiva con sonniferi

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GOLFO ARANCI. Cinquanta giorni d’inferno, segregata in casa e ripetutamente abusata dopo essere stata narcotizzata. Un incubo dal quale era riuscita a fuggire solo grazie al suo ex fidanzato di Cagliari che l’aveva liberata. La vittima è una 37enne cagliaritana attirata in Gallura dall’uomo che aveva conosciuto sui social, con la promessa di un lavoro. Che, invece, non c’era. Il pubblico ministero Nadia La Femina ha chiesto il rinvio a giudizio del 32enne golfarancino, Luigi Morlè, con le pesantissime accuse di violenza sessuale aggravata dall’uso di sostanze narcotiche, sequestro di persona e lesioni personali aggravate e ieri si è celebrata l’udienza preliminare davanti al gup Caterina Interlandi durante la quale la vittima si è costituita parte civile con l’avvocato Diego Mastromarino. Il difensore dell’imputato, l’avvocato Alessio Cicoria, ha rinunciato al mandato (per motivi personali) ed è stato quindi nominato un difensore d’ufficio, l’avvocato Damaso Ragnedda, che ha chiesto tempo al gup per poter visionare gli atti del procedimento. L’udienza è stata quindi aggiornata al 25 giugno.

Per 49 giorni, nella primavera 2018, la donna sarebbe stata in totale balìa dell’uomo. Che, stando alle accuse, avrebbe ripetutamente abusato di lei. Nel corso della giornata le offriva cappuccini nei quali aggiungeva sonniferi e approfittando di quello stato di torpore che frenava ogni sua capacità di reazione e di vigilanza, la costringeva a rapporti sessuali completi senza il suo consenso. Nella denuncia presentata ai carabinieri di Cagliari dopo che il suo ex fidanzato l’aveva riportata a casa, e nel successivo incidente probatorio, sempre davanti al gip di Cagliari, la donna aveva ripercorso quella violenza e quanto accaduto il 2, 3 e 4 giugno quando aveva chiesto inutilmente di essere portata da un medico a causa dei forti dolori provocati dalle lesioni subite. L’uomo, stando sempre alle accuse, la chiudeva in casa a chiave quando andava a lavorare e le impediva di uscire se non in sua compagnia. Un’esperienza che ha pesantemente segnato la donna, sotto cura al Centro di salute mentale.

«La vicenda appare molto complessa e merita senza dubbio particolare attenzione vista la gravità delle condotte poste in essere in danno della mia assistita – dice l’avvocato Mastromarino –. Quanto ricostruito attraverso l’attività d’indagine portata avanti dalla Procura, però, in questa fase ci consente di affermare con certezza la presenza di elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio». (t.s.)



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