Calcio, chiesa e piazza gli amori del “presidente”

La storia di Pinuccio Deiana, fondatore del Tavolara e grande uomo di sport «Da garzone a negoziante. Ma è al pallone che ho dedicato con gioia la mia vita»

OLBIA. Il suo regno personale è la piazza. La mattina lo trovi sempre lì, circondato da amici di vecchia data, sempre pronto a distribuire sorrisi e strette di mano. Lo chiamano tutti «presidente» e in fondo è tutto vero. Pinuccio Deiana, 86 anni, del Tavolara calcio è stato fondatore e massimo dirigente. «Era il 1954 e, quando fondammo la squadra, avevo solo 20 anni. Sono stato il presidente più giovane d’Italia. Ho ricoperto quella carica per tanti anni e alla fine mi hanno anche nominato presidente onorario» racconta con orgoglio tra i tavolini del Cafè Matteotti. Le sue sono storie fatte di sudore, pallone e terra battuta. Ricordi di altri tempi che vanno oltre il calcio giocato e che fanno di Pinuccio Deiana un protagonista e un testimone di un’Olbia romantica e genuina che ormai non esiste quasi più.

Olbia nel sangue.Nato nell’autunno del 1934 a Terranova, Pinuccio Deiana, animo gentile e sempre pronto alla battuta, è un olbiese doc. Ogni mattina si aggira per il centro storico con il piglio di chi ha il privilegio di conoscere quasi tutti. «Sono cresciuto in via Armando Diaz, vicino alla basilica di San Simplicio. Ai tempi quel quartiere si chiamava Iovodde – racconta –. E nella vita ho fatto un po’ di tutto. A 6 anni portavo il carbone sulle spalle, poi ho fatto il garzone, ho lavorato nel sughero e nel 1959 ho aperto un mio negozio di frutta e verdura in centro». C’è però un elemento che ha sempre fatto parte della vita di Pinuccio Deiana: lo sport. «Mi è sempre piaciuto – sottolinea –. Da ragazzo ho fatto anche il pugile. Poi ovviamente c’è stato il calcio, a cui ho dedicato tutta la mia vita».

Chiesa e pallone. Pinuccio Deiana, come tanti altri giovani di allora, frequentava l’Azione cattolica, all’ombra del campanile di San Paolo. Ed è proprio lì che nacque il Tavolara, per lunghi anni la seconda squadra della città dopo l’Olbia, salita gloriosamente fino alla serie D e poi fallita e infine più volte rifondata per mantenere viva la tradizione. «In vista del decennale del Centro sportivo italiano, mandarono a tutte le diocesi un invito a creare dei nuovi gruppi sportivi – ricorda –. Il parroco lo comunicò quindi al gruppo dell’Azione cattolica, della quale ero il cassiere. Il Tavolara nacque così. Era il 1954. Creammo un gruppo di dirigenti e trovammo i primi giocatori. Divenni primo presidente, ero un ragazzino. Ma non volevo fermarmi ai campionati Csi e così nel 1956 feci l’iscrizione alla Figc». Facile trovare il nome della squadra: Tavolara, come l’isola simbolo della città. E poi i colori: verde e bianco. «Il verde perché richiama il colore della vegetazione di Tavolara – spiega Deiana –. Poi aggiungemmo il bianco, per dimostrare che eravamo di Olbia».

Le soddisfazioni. Nel corso della sua vita Pinuccio Deiana si è tolto moltissime soddisfazioni. Ha visto centinaia di giocatori crescere e arrivare anche ad alti livelli. E la Figc gli conferì addirittura la Stella al merito sportivo. «Ma il più bel ricordo risale al 1959 – confessa –. Vincemmo il titolo sardo Juniores, battendo il Cagliari, e poi andammo a giocare un quadrangolare a Carrara. Sfidammo Juve, Inter e Fiorentina».

Non solo Tavolara. Uomo dalle grandi capacità organizzative, Pinuccio Deiana, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, per qualche mese approdò anche nell’Olbia calcio come commissario straordinario, per scongiurare il fallimento della società. «Ricordo quando portammo Bruno Nespoli a Olbia. E quando morì ero allo stadio. Poi però tornai subito al Tavolara, feci quell’esperienza per il bene della città». Deiana contribuì a fondare anche la Don Cesare Delogu della Salette, per il campionato Csi. Inoltre, tra le altre cose, fu uno dei nuovi fondatori della confraternita di Santa Croce, rinata negli anni Cinquanta dopo un periodo di stop. Pinuccio Deiana è così uno dei custodi dell’antica tradizione dei riti della Settimana santa che culminano con S’Iscravamentu, la drammatica e suggestiva rievocazione dello «schiodamento» di Cristo dalla croce.

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