La Nuova Sardegna

Olbia

L’imam: «Filippo era buono e indifeso»

di Tiziana Simula
L’imam: «Filippo era buono e indifeso»

Maalaoui Hamadi turbato dai video del pestaggio: «Ma il razzismo non c’entra, fosse stato italiano sarebbe stato uguale»

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OLBIA. «Ho visto i video solo ieri, non sapevo nulla che Filippo fosse stato picchiato. Sono rimasto scioccato dalle immagini... È la prima volta che succede una cosa del genere». Maalaoui Hamadi, imam del centro culturale islamico di Olbia è la guida spirituale per la foltissima comunità musulmana che vive in Gallura, circa duemila persone. Prima che la salma di Abdellah Bequeawi, il clochard che viveva ad Arzachena, trovato morto nel parcheggio sotterraneo dell’Eurospin qualche giorno prima di Natale, venisse trasferita in Marocco, ha fatto tappa nella moschea di via Tavolara, ad Olbia, per la preghiera della comunità musulmana. «Quando è morto sono andato ad Arzachena – spiega l’imam – Mi ha avvisato suo cugino Abdelaeie che vive a San Teodoro. Mi hanno detto che aveva avuto un infarto, che era stato trovato morto. “È arrivata la sua ora, è venuto il momento” mi sono detto. L’abbiamo lavato, vestito, fatto i nostri riti per la morte. La salma è rimasta nel cimitero di Arzachena fino a quando non sono stati preparati tutti i documenti. Poi, prima del trasferimento ci siamo riuniti per la preghiera».

Fino a due giorni fa, l’imam, che in questo periodo si trova a Brescia, non sapeva nulla dell’inchiesta aperta dalla procura di Tempio e dal tribunale dei minori sui brutali pestaggi subiti da Filippo e che vedono indagati per lesioni aggravate cinque minorenni e un maggiorenne di Arzachena. Con il consueto tono pacato, l’imam Maalaoui Hamadi, cerca di trovare le parole giuste per cercare di spiegare il suo pensiero. Senza aggiungere disprezzo a quella assurda e incomprensibile violenza. Più che rabbia, è il dolore a prevalere. «Sono scioccato da quello che ho visto, tanta cattiveria verso una persona innocente che non faceva male a nessuno – dice –. Il razzismo non c’entra nulla, fosse stato italiano sarebbe stato uguale. Filippo era debole, non era in grado di difendersi, e loro si divertivano per quello. Era il bersaglio dei loro giochi, dei loro scherzi cattivi. C’è tanta violenza sui social e loro sono ragazzini, sono condizionati da quello che vedono, magari hanno voluto imitare. Manca in parte l’educazione della famiglia. Molte volte però i genitori non sanno che cosa i loro figli stanno facendo quando sono fuori».

I sei ragazzi finiti sotto inchiesta per aver partecipato o assistito a quei momenti di violenza, sono accusati di aver colpito Filippo con calci alla schiena e allo stomaco, facendolo cadere violentemente per terra, di avergli lanciato addosso più volte un carrello della spesa, spingendolo con forza contro le sue gambe, con l’aggravante di averlo fatto in gruppo e approfittando dello stato di ubriachezza dell’uomo che gli impediva di difendersi. Tutto immortalato nei video che uno di loro ha girato. Ma l’inchiesta è volta ora ad accertare se la morte di Filippo possa essere stata causata da quelle violenze. Ed è quello che vuole sapere la sua famiglia. Lo chiede con forza suo cugino Abdelaeie, ambulante, da 36 anni a San Teodoro, sei figli, di cui due laureati. «Ci affidiamo alla giustizia: vogliamo sapere di cosa è morto veramente Filippo: se per infarto e perché è stato picchiato. Ho visto il suo cadavere e aveva uno zigomo e un occhio completamente livido».

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