La Nuova Sardegna

Olbia

Olbia, padre Fabrizio: il frate cappuccino che parla con Dio e gioca a tennis

di Stefania Puorro
Padre Fabrizio, il frate cappuccino che gioca a tennis al tc Terranova
Padre Fabrizio, il frate cappuccino che gioca a tennis al tc Terranova

Da due anni segue i fedeli di Sant’Ignazio: «La domenica mi concedo due scambi al Tc Terranova»

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OLBIA. In Francia, in un antico monastero ai piedi dei Pirenei, c’è frate Pierre (Pidegain) che da anni porta avanti il suo progetto “Tennis e preghiera”, un ritiro spirituale a base di lezioni di tennis e riflessioni. In Valtellina, invece, don Paolo Bettonagli gioca a tennis, fa i tornei e riesce pure a vincerli. Ma anche a Olbia, al Tc Terranova, c’è un socio-giocatore che indossa il saio. E’ padre Fabrizio (Congiu), cappuccino della chiesa di Sant’Ignazio, uno sportivo nato. Il quale, tra una benedizione e l’altra, riesce a trovare il tempo (poco, per la verità) per impugnare la racchetta.

Velocità in campo. Rapidissimo negli spostamenti, non si spaventa di certo di fronte a una palla corta dell’avversario. Arriva sotto rete con uno scatto invidiabile e chiude il punto. Certo, le gambe esplosive aiutano, ma uno dei colpi migliori di Padre Fabrizio è la risposta bloccata di dritto. «Con quella sì, che metti in difficoltà l’avversario. Non me la cavo male neppure con il rovescio (in top, a una mano). Se la giornata fosse fatta di 36 ore, avrei potuto concedermi qualche partitella in più, ma per ora mi accontento di fare due scambi la domenica. Mi ha portato qui un altro socio del Terranova, Sebastiano Manconi, e sono stato accolto con grande entusiasmo». Per Padre Fabrizio non solo il tennis ma tutto lo sport «porta a un benessere psicofisico e anche spirituale. E poi è veicolo di tante conoscenze. Ti relazioni con molte persone a cui, anche sui campi, ho parlato di Dio».

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La storia. Fabrizio Congiu è nato a Cagliari e ha 43 anni. «Abitavo vicino a Monte Urpinu, dove c’è il Tc Cagliari, ma nessuno mi ha mai invitato a giocare a tennis. All’epoca pensavo che fosse solo uno sport per ricchi. Quindi, lontano dal mio mondo. La mia era una famiglia modesta e la parola “lavoro” veniva davanti a tutto. Non ho ricevuto un’educazione religiosa ma a 11 anni, anche se ero piuttosto discolo, facevo il chierichetto e ascoltavo il sacerdote che si rivolgeva a Dio. Pensavo: “O questo è fuori di testa, oppure Dio esiste”. Dopo tre mesi, mentre i miei compagni parlavano in classe di qualcosa da fare insieme, ho avvertito in modo inequivocabile la presenza di Dio in me. Non rendendomi conto di essere a scuola ho urlato: “Don Ma’” (che stava per don Marras, il mio vice parroco), mentre il resto dei compagni pensava che avessi detto “Domani”. Beh, quella presenza “ingombrante” che mi dava una gioia indescrivibile, non è più andata via e allora decisi di dedicare la mia vita a Dio».

Il seminario. «Chiesi a don Marras che cosa avrei dovuto fare per diventare sacerdote - prosegue Padre Fabrizio - e lui mi disse che sarei dovuto entrare in seminario. E riecco il calcio. Appena arrivai al seminario, mi nascosi dietro un muro e vidi un gruppo di seminaristi che correvano dietro al pallone. Non avevo dubbi: quella era casa mia. Ma non piacevo al prete del seminario tanto che decise di farmi rientrare a casa perché ero monello. Non mi arresi e mi rivolsi a Dio: “Senti, tu mi hai voluto e tu aggiusterai questa situazione”. Dopo due anni mi ripresentai al seminario, ma nel frattempo avevo sentito la chiamata della vita fraterna. Ero profondamente attratto dallo stare in un gruppo. E a 19 anni entrai in convento».

Sant’Ignazio. Padre Fabrizio ha girato l’Italia ed è stato anche in Francia e in Corsica. Da due anni è a Olbia, dove si sta ultimando la nuova chiesa di Sant’Ignazio. «C’è tanto da fare, anche perché siamo solo in tre, ma è meraviglioso operare in una comunità come questa, solidale e disponibile. Nel rispetto delle norme anti Covid, anche noi siamo diventati tecnologici e facciamo tutto in streaming. Settimanalmente formiamo trecento persone per il cammino di fede ma le nostre energie sono concentrate soprattutto sulle famiglie».

Lo sport. Padre Fabrizio (uno juventino col Cagliari nel cuore) ha giocato per anni a calcio. «A Cagliari con la San Paolo e la Ferrini, sia con gli esordienti che negli under 18. Il mio ruolo? Centrocampista. In convento ho sempre trovato fratelli che giocavano a pallone e per trent’anni non ho mai smesso. Poi l’operazione al crociato mi ha costretto a fermarmi. E così sono passato al tennis. Uno sport, insieme al ciclismo, che mi piace da sempre. Sampras era il mio idolo. Oggi guardo con ammirazione Federer, Nadal e Djokovic, anche per il loro impegno nei confronti di chi ha bisogno. Ma sono felice soprattutto per il momento straordinario che attraversa il tennis italiano».

Dal saio al completino. Padre Fabrizio, intanto, appena è possibile, si sfila il saio, indossa il completino e impugna una racchetta. Con i piedi per terra e lo sguardo fisso verso il cielo. Ma quando il match della domenica sta per finire, si sentono le campane di una chiesa. In realtà è la suoneria del cellulare. «Qualche volta - dice col sorriso - mi è capitato di dimenticarlo acceso durante la messa. Ma quel suono non è mai fuori luogo».
 

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