Lo stazzo degli orrori processo d’appello per la morte di Zeneb
La donna era stata massacrata tre anni fa a Baia Sardinia I due imputati erano stati condannati a 21 anni di reclusione
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ARZACHENA. Al via il 12 luglio il processo d’appello per l’omicidio di Zeneb Badir, marocchina 34enne massacrata da due connazionali nello stazzo degli orrori tra Arzachena e Baia Sardinia, il 23 luglio 2018. In primo grado, la corte d’assise di Sassari lo scorso luglio aveva condannato a 21 anni di carcere ciascuno i due imputati: Jalal Hassissou, 41 anni, e Soufyane El Khedar, 37 anni. Una pena identica, perché la corte ha giudicato entrambi ugualmente responsabili dell’atroce fine di Zeneb, 34 anni, madre di tre figlie, morta dopo ore di agonia dopo essere stata massacrata di botte. Contro la sentenza di condanna avevano presentato ricorso in appello i difensori dei due marocchini, l’avvocato Cristina Cherchi (che assiste Jalal Hassissou) e l’avvocato Agostinangelo Marras (che invece assiste Soufyane El Khedar).
Al processo di primo grado il procuratore di Tempio, Gregorio Capasso, aveva chiesto l’ergastolo, dando un ruolo da protagonista a Soufyane El Khedar che invece si è sempre difeso dicendo di non aver partecipato al massacro, scaricando ogni responsabilità su Jalal Hassissou. La corte aveva deciso diversamente e ora tutto lascia supporre che la questione diventi centrale anche nel processo d’appello.
Quella notte di luglio di tre anni fa Zeneb Badir, cameriera stagionale ad Arzachena (separata da poco), era stata massacrata di botte per ore in una casa di campagna, “Lu stazzu di calcinaiu”, a Baia Sardinia, dove alloggiava temporaneamente. Presa a calci e pugni in volto, afferrata per i capelli e sbattuta violentemente contro il bidè. Carnefici e vittima erano sotto gli effetti della cocaina. A scatenare la lite tra la donna e Jalal – dal processo è emerso che tra i due c’era una relazione – forse, questioni legate proprio alla droga. Zeneb era morta in ospedale il giorno dopo il pestaggio, dov’era arrivata in coma irreversibile. Una fine atroce, arrivata dopo ore di agonia. Ai medici e ai carabinieri di Olbia e Arzachena, i due avevano raccontato che era caduta. Ma quella versione non aveva convinto i militari. Alla fine, dopo pressanti interrogatori, Soufyane El Khedar era crollato. Aveva raccontato tutto e indicato ai carabinieri lo “stazzo degli orrori” a Baia Sardinia.
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Al processo di primo grado il procuratore di Tempio, Gregorio Capasso, aveva chiesto l’ergastolo, dando un ruolo da protagonista a Soufyane El Khedar che invece si è sempre difeso dicendo di non aver partecipato al massacro, scaricando ogni responsabilità su Jalal Hassissou. La corte aveva deciso diversamente e ora tutto lascia supporre che la questione diventi centrale anche nel processo d’appello.
Quella notte di luglio di tre anni fa Zeneb Badir, cameriera stagionale ad Arzachena (separata da poco), era stata massacrata di botte per ore in una casa di campagna, “Lu stazzu di calcinaiu”, a Baia Sardinia, dove alloggiava temporaneamente. Presa a calci e pugni in volto, afferrata per i capelli e sbattuta violentemente contro il bidè. Carnefici e vittima erano sotto gli effetti della cocaina. A scatenare la lite tra la donna e Jalal – dal processo è emerso che tra i due c’era una relazione – forse, questioni legate proprio alla droga. Zeneb era morta in ospedale il giorno dopo il pestaggio, dov’era arrivata in coma irreversibile. Una fine atroce, arrivata dopo ore di agonia. Ai medici e ai carabinieri di Olbia e Arzachena, i due avevano raccontato che era caduta. Ma quella versione non aveva convinto i militari. Alla fine, dopo pressanti interrogatori, Soufyane El Khedar era crollato. Aveva raccontato tutto e indicato ai carabinieri lo “stazzo degli orrori” a Baia Sardinia.
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