dopo vent’anni riparte il dibattito
Come si scrive il gallurese la risposta a due studiosi
di Paolo Ardovino
OLBIA. Ora si lascia che i riflettori della presentazione alla stampa si affievoliscano e si torni alle luci fioche delle scrivanie ricolme di volumi. Il progetto regionale di standardizzazione dell’o...
3 MINUTI DI LETTURA
OLBIA. Ora si lascia che i riflettori della presentazione alla stampa si affievoliscano e si torni alle luci fioche delle scrivanie ricolme di volumi. Il progetto regionale di standardizzazione dell’ortografia di tabarchino, sassarese e gallurese ha trovato a Olbia, comune capofila, e nel resto della Gallura, nuovo entusiasmo. Da queste parti quella della lingua è una questione da sempre discussa ma, nero su carta, rimasta in realtà ferma a una ventina di anni fa. La tavola rotonda con le istituzioni politiche c’è stata, ora spazio agli studiosi.
Le basi del progetto. La concezione di una lingua poco normata che deve scavare in un serbatoio composto in gran parte di poesie e canzoni dei secoli scorsi è assai romantica. Tuttavia, ora serve avere uno status ufficiale. Il progetto, a cui è stato affidato un finanziamento di quasi 17mila euro, si avvarrà della collaborazione di Icimar e Consulta intercomunale Gallura, in particolare di Giacomo Mannoni e Piero Bardanzellu, gli studiosi intervenuti anche due giorni fa nella sala della biblioteca di Olbia per presentare l’iniziativa. «Far emergere ufficialmente la lingua gallurese con regole precise è utile per offrirsi alle nuove generazioni», avevano commentato. Lo scopo di questo nuovo studio sarà proporre una forma standard del gallurese scritto, per diffondere tra un anno esatto un modello agli enti e alle scuole del territorio. Il progetto si muove sulla base di una documentazione sulla standardizzazione già esistente, approvata nel 1997 da un comitato di esperti e adottata dalla consulta sopracitata anche all’interno di una pubblicazione del 2003, “Gallura – cenni storici e diversità linguistiche” (Taphros).
Dialetti di Gallura. Nel testo a cui si fa riferimento, si attraversano le evoluzioni e le differenze topografiche della lingua degli stazzi. Nozioni che in questa nuova tornata di studi dovranno subire una massiccia revisione, frutto del tempo passato e delle ulteriori modificazioni dei tessuti sociali sia dei centri (ancora più) sviluppati che di quelli rurali. Ad esempio: Santa Teresa veniva descritta «abitata da pastori galluresi inurbatisi, ma ha accolto anche dei fuggiaschi corsi. Vi si parla un gallurese tramezzato da parole corse. Non vi si nota alcuna differenza fonetica, ma soltanto lessicale», Calangianus ha il merito tra tutti i dialetti della Gallura «di aver conservato un maggior numero di arcaismi che altrove non sono usati», sarà da vedere quanti ne siano rimasti oggi di uso comune.
Contaminazioni. Olbia è considerata la principale isola linguistica, «le località vicino all’abitato urbano erano denominate con toponimi galluresi dai pastori e logudoresi dai cittadini», “La Castagna” e “Rutagghja” in campagna diventavano “Sa Castanza” e “Rudalza” in città. Particolare bilinguismo amplificato dall’espansione degli ultimi decenni e dalle migrazioni. C’è il caso unico di Luras, «roccaforte del dialetto logudorese, ma i luresi, all’occorrenza, sanno bene adeguarsi con interlocutori che si esprimono in dialetto gallurese». La storia di Golfo Aranci, con l’evoluzione da villaggio di mare a capolinea ferroviario e punto d’imbarco, ha visto mescolarsi le parlate dei contadini periferici con i nuclei di ponzesi del centro e dei numerosi dipendenti dello stato originari del Campidano che si stabilirono. Si legge: «Famiglie miste che parlano l’italiano come lingua franca».
Le regole ortografiche. La proposta ortografica presentata dalla consulta intercomunale della Gallura oltre vent’anni fa è basata su dieci punti essenziali di natura fonetica e grafematica che andranno riesaminati. La presenza della medio palatale sorda “chj” e sonora “ghj”; la “d” cacuminale con “h” per guidare la pronuncia di chi non è gallurese (es. seddha); l’uso della “h” con sillabe e coniugazioni; la “s” sonora palatalizzata in “sgi”; l’uso di “q” ristretto a pochi prestiti italiani; la lenizione di “f “che nella pronuncia diventa “v”; i suoni di “lgj” e “ngj” rispecchiabili in “gli” e “gn”; l’uso delle lettere semplici e doppie; l’apostrofo come aferesi, elisione e apocope; i casi di accento grave o acuto.
Curiosi alcuni dati dell’indagine condotta nel 1997. La diffusione del gallurese tra i comuni toccava il 75 per cento degli abitanti. E circa il 70 per cento, tanto dei parlanti galluresi che non, si mostravano favorevoli all’insegnamento della lingua degli stazzi nelle scuole. E oggi?
Le basi del progetto. La concezione di una lingua poco normata che deve scavare in un serbatoio composto in gran parte di poesie e canzoni dei secoli scorsi è assai romantica. Tuttavia, ora serve avere uno status ufficiale. Il progetto, a cui è stato affidato un finanziamento di quasi 17mila euro, si avvarrà della collaborazione di Icimar e Consulta intercomunale Gallura, in particolare di Giacomo Mannoni e Piero Bardanzellu, gli studiosi intervenuti anche due giorni fa nella sala della biblioteca di Olbia per presentare l’iniziativa. «Far emergere ufficialmente la lingua gallurese con regole precise è utile per offrirsi alle nuove generazioni», avevano commentato. Lo scopo di questo nuovo studio sarà proporre una forma standard del gallurese scritto, per diffondere tra un anno esatto un modello agli enti e alle scuole del territorio. Il progetto si muove sulla base di una documentazione sulla standardizzazione già esistente, approvata nel 1997 da un comitato di esperti e adottata dalla consulta sopracitata anche all’interno di una pubblicazione del 2003, “Gallura – cenni storici e diversità linguistiche” (Taphros).
Dialetti di Gallura. Nel testo a cui si fa riferimento, si attraversano le evoluzioni e le differenze topografiche della lingua degli stazzi. Nozioni che in questa nuova tornata di studi dovranno subire una massiccia revisione, frutto del tempo passato e delle ulteriori modificazioni dei tessuti sociali sia dei centri (ancora più) sviluppati che di quelli rurali. Ad esempio: Santa Teresa veniva descritta «abitata da pastori galluresi inurbatisi, ma ha accolto anche dei fuggiaschi corsi. Vi si parla un gallurese tramezzato da parole corse. Non vi si nota alcuna differenza fonetica, ma soltanto lessicale», Calangianus ha il merito tra tutti i dialetti della Gallura «di aver conservato un maggior numero di arcaismi che altrove non sono usati», sarà da vedere quanti ne siano rimasti oggi di uso comune.
Contaminazioni. Olbia è considerata la principale isola linguistica, «le località vicino all’abitato urbano erano denominate con toponimi galluresi dai pastori e logudoresi dai cittadini», “La Castagna” e “Rutagghja” in campagna diventavano “Sa Castanza” e “Rudalza” in città. Particolare bilinguismo amplificato dall’espansione degli ultimi decenni e dalle migrazioni. C’è il caso unico di Luras, «roccaforte del dialetto logudorese, ma i luresi, all’occorrenza, sanno bene adeguarsi con interlocutori che si esprimono in dialetto gallurese». La storia di Golfo Aranci, con l’evoluzione da villaggio di mare a capolinea ferroviario e punto d’imbarco, ha visto mescolarsi le parlate dei contadini periferici con i nuclei di ponzesi del centro e dei numerosi dipendenti dello stato originari del Campidano che si stabilirono. Si legge: «Famiglie miste che parlano l’italiano come lingua franca».
Le regole ortografiche. La proposta ortografica presentata dalla consulta intercomunale della Gallura oltre vent’anni fa è basata su dieci punti essenziali di natura fonetica e grafematica che andranno riesaminati. La presenza della medio palatale sorda “chj” e sonora “ghj”; la “d” cacuminale con “h” per guidare la pronuncia di chi non è gallurese (es. seddha); l’uso della “h” con sillabe e coniugazioni; la “s” sonora palatalizzata in “sgi”; l’uso di “q” ristretto a pochi prestiti italiani; la lenizione di “f “che nella pronuncia diventa “v”; i suoni di “lgj” e “ngj” rispecchiabili in “gli” e “gn”; l’uso delle lettere semplici e doppie; l’apostrofo come aferesi, elisione e apocope; i casi di accento grave o acuto.
Curiosi alcuni dati dell’indagine condotta nel 1997. La diffusione del gallurese tra i comuni toccava il 75 per cento degli abitanti. E circa il 70 per cento, tanto dei parlanti galluresi che non, si mostravano favorevoli all’insegnamento della lingua degli stazzi nelle scuole. E oggi?
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
