La Nuova Sardegna

Olbia

«Nessuna volontà di uccidere Zeneb Badir»

di Tiziana Simula
«Nessuna volontà di uccidere Zeneb Badir»

Arzachena. Il difensore di Hassissou punta sul preterintenzionale, quello di El Khedar sull’assoluzione

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ARZACHENA. La sentenza è attesa per il 28 febbraio. In quell’udienza si conoscerà il verdetto della Corte d’Assise d’appello sull’uccisione di Zeneb Badir, la marocchina di 34 anni, massacrata di botte in uno stazzo a Baja Sardinia, il 23 luglio 2018. Il 28 si saprà se la Corte confermerà la sentenza di primo grado che ha condannato i suoi connazionali Jalal Hassissou, 41 anni, e Soufyane El Khedar, 37 anni, a pene uguali infliggendo 21 anni di carcere a ciascuno, o se arriverà a conclusioni diverse, accogliendo le richieste dei difensori. Per l’avvocato Agostinangelo Marras, Soufyane El Khedar dev’essere assolto per non aver commesso il fatto non avendo partecipato al pestaggio della donna ed essendo intervenuto per fermare il suo amico. Per l’avvocato Cristina Cherchi, non c’è stata alcuna volontà di uccidere Zeneb Badir da parte di Jalal Hassissou. Non si è trattato di omicidio volontario ma preteritenzionale.

L’avvocato di parte civile Damaso Ragnedda che tutela le figlie della vittima (di 9, 12 e 16 anni), si è associato alle richieste del pg Maria Gabriella Pintus che ha chiesto la conferma della condanna di primo grado per entrambi per omicidio volontario in concorso: una pena identica per i due imputati, ritenendoli responsabili allo stesso modo dell’atroce fine della donna, morta all’ospedale di Olbia dopo ore di agonia per il violento pestaggio subito. Che abbia partecipato attivamente o meno a quel massacro, per l’avvocato Ragnedda, Soufyane El Khedar è comunque responsabile della sua morte non avendo con la sua condotta impedito ciò che è accaduto. In apertura di udienza Jalal Hassissou ha rilasciato alla Corte – presieduta dal giudice Salvatore Marinaro – spontanee dichiarazioni. «Non conosco Zouhair Korachi, non l’ho mai visto, né mai sentito. Di questa vicenda ne ho parlato solo col mio avvocato e mia moglie. Io non accuso nessuno», ha detto l’imputato. Il riferimento è al teste sentito in videoconferenza dal Brasile, il quale aveva detto di aver raccolto le confidenze di Hassissou sull’omicidio della donna. Con le sue dichiarazioni scagionava Soufyane El Khedar.

L’avvocato Marras ha ribadito che il suo assistito non aveva alcuna ragione per partecipare al pestaggio della donna, che non conosceva neanche, e che le ferite che lui aveva riportato erano compatibili con la sua versione: erano cioè i colpi che aveva ricevuto dal suo amico mentre tentata di fermarlo. «Il torto di El Khedar è di non aver chiamato i carabinieri, cosa che lui stesso ha ammesso. Ma quello era un obbligo morale, non giuridico», ha detto l’avvocato. La difesa di Jalal Hassissou ha rimarcato come non ci sia un nesso certo tra le lesioni e la morte: la donna soffriva di patologie che non sono state considerate e che potrebbero aver rappresentato una concausa della morte, ha detto l’avvocato Cherchi. Soffermandosi poi a lungo sul concetto del preteritenzionale. «Non è stato omicidio volontario, non c’è stata volontà di uccidere».

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