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La denuncia

Olbia, al pronto soccorso per 15 ore: «Vi racconto la mia odissea»

Stefania Puorro
Olbia, al pronto soccorso per 15 ore: «Vi racconto la mia odissea»

La denuncia. Pochi medici e infermieri per tantissimi pazienti

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Olbia «Quindici ore al pronto soccorso senza essere visitata. Un’attesa infinita, un disagio insopportabile. Mentre davanti ai miei occhi scorrevano le immagini di tante altre persone che arrivavano sofferenti una dietro l’altra, ma senza nessuna certezza. No, non è un film. È la realtà del reparto di emergenza del Giovanni Paolo II. È la storia di una giornata che ho vissuto nella sala d’aspetto. Un incubo».

A parlare è Manuela Fogu, di San Teodoro, coinvolta in un tamponamento, il 15 agosto scorso, insieme col compagno e il bambino di 4 anni. Loro non si sono fatti niente, ma la donna ha invece subito avvertito dolori al collo e alla spalla. «Non ce la siamo sentiti di chiamare l’ambulanza - racconta - e così abbiamo provato con le guardie mediche. Tutte chiuse, sia a Budoni che a San Teodoro. Ho allora deciso di aspettare il giorno dopo per farmi visitare dal medico di base. E lui mi ha prescritto il collare per una cervicobrachialgia da trauma stradale. Ma dopo 4 giorni di punture, di svenimenti e capogiri, di notti in bianco per i forti dolori, mia sorella mi ha accompagnata all’ospedale».

L’arrivo. «Erano le 9,10 del 20 agosto quando abbiamo suonato il campanello del pronto soccorso. Una ragazza con una divisa celeste mi accoglie, mi registra e mi chiede cosa fosse successo. Appena entro in sala d’attesa, trovo una dozzina di persone. Chi su una sedia a rotelle, chi sdraiato, chi visibilmente dolorante, chi chiaramente esausto per l’attesa. Prendo posto senza immaginare che cosa avrei dovuto passare e vedere. Cominciano ad arrivare altri pazienti, almeno cinque o sei, tra cui una giovane con un dito del piede sanguinante. Beh, proprio quella ragazza verrà registrata “solo” 11 ore dopo. C’è per la verità qualche fortunato che riesce a entrare dopo un’attesa breve, ma per la maggior parte non è così. Me compresa. Ovviamente sono consapevole del fatto che i codici rossi abbiano la priorità assoluta, ma non si possono dimenticare i codici gialli e verdi che hanno comunque bisogno di assistenza. Certo, il problema è legato al personale insufficiente e infatti il pronto soccorso è in una situazione di emergenza totale. Ed è inaccettabile».

Il racconto. Manuela Fogu, in quindici ore, si è sentita ripetere la frase “dovete avere pazienza” moltissime volte. E lei, in 15 ore, ne ha avuta tanta. «Ma quando vedi arrivare un bambino di 7 anni circa con un amo infilato nel pollice costretto ad aspettare 4 ore affinché qualcuno si occupi di lui, non puoi restare in silenzio. Allora, alle 15,28 (il bambino era arrivato alle 11,30) ho cercato su internet le guardie mediche aperte e ho visto che quella di Loiri era operativa. Ho telefonato e il medico di turno mi ha detto che avrebbe controllato il bambino. Il padre si è messo allora in macchina e dopo venti minuti il piccolo è stato liberato dall’amo. Poi è arrivata una bambina di quattro anni che aveva dolori a un braccio. Sì, le è stata fatta subito la radiografia, ma la mamma ha dovuto attendere il referto per più di quattro ore e dopo aver protestato. Non potrebbero inviarla via mail? Qui è una questione di organizzazione. Intanto il tempo continuava a trascorrere e io ero sempre lì ad aspettare che qualcuno mi chiamasse. Ed ecco arrivare, alle 20,30, un altro bimbo di tre anni e mezzo con una ferita al labbro superiore. So che è rimasto lì sino all’una e mezzo del mattino, poi i genitori (turisti) hanno deciso di andarsene e di tornare a Palau dove stanno trascorrendo le vacanze. Hanno portato il loro piccolo all’ospedale della Maddalena e in dieci minuti il labbro del figlioletto è stato sistemato».

Tredici ore dopo. Appena Manuela Fogu ha deciso di alzarsi e di chiedere quando toccasse a lei, erano circa e 22. «Ero esausta, la mia pazienza era arrivata al limite, ed ero anche infastidita perché altri giunti dopo di me erano già andati via. Ho ricordato di essere arrivata alle 9 del mattino e a quel punto mi è stato comunicato che la mia situazione “non era stata ancora presa in carico”. Avrei voluto urlare. Non ne potevo più».

La resa. «Alle 23,40 sono stata costretta ad arrendermi. Ho chiamato il mio compagno e mi sono fatta accompagnare a casa. Senza assistenza, senza visita e senza referto dopo 15 ore. Sono indignata per la mancanza di guardie mediche, sono senza parole di fronte a un pronto soccorso che non viene messo nelle condizioni di operare come si deve e di garantire l’assistenza di cui tutti abbiamo diritto. Vorrei che qualcuno si assumesse la responsabilità di questa situazione. Una autentica vergogna».

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