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La sfida del ristoratore extralusso: «Dall’isola della Maddalena porterò La Scogliera nel mondo. E a tavola aspetto Sinner»

di Stefania Puorro
La sfida del ristoratore extralusso: «Dall’isola della Maddalena porterò La Scogliera nel mondo. E a tavola aspetto Sinner»

Andrea Orecchioni: «Voglio aprire negli Stati Uniti e a Dubai. Grazie a Michael Douglas guardo oltreoceano»

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Portare “La Scogliera” nel mondo, senza dimenticare la Sardegna. È questa la sfida che oggi anima Andrea Orecchioni, 53 anni, imprenditore visionario e fondatore di uno dei ristoranti più esclusivi del Mediterraneo. Un progetto ambizioso, che guarda alle grandi capitali internazionali del lusso, ma che non cancella il legame con l’Isola. Anzi. Anche Olbia resta sullo sfondo come possibilità concreta: una città che Orecchioni apprezza molto e dove vorrebbe aprire, se trovasse una location sul mare all’altezza del brand. «Sì, voglio portare “La Scogliera” a New York, Dubai, Miami, Los Angeles. Ma questo non significa allontanarmi dalle mie radici. Perché è dalla Sardegna che nasce il mio modo di fare ristorazione, il mio approccio all’accoglienza e al lavoro». Un percorso che negli anni si è già strutturato e ampliato: «Oggi ho una decina di ristoranti in tutta Italia, quasi tutti affacciati sul mare. L’unica eccezione è l’ultimo, aperto di recente a Cortina: lì ho portato il mare in montagna». “La Scogliera”, a Porto Massimo, sull’isola della Maddalena, è nata scegliendo fin dall’inizio di non assomigliare a nessun altro ristorante. «Anche il modo in cui si raggiunge fa parte di un’esperienza rara: gli ospiti arrivano solo via mare, in barca, oppure in elicottero. Via terra arrivano esclusivamente le forniture. È una scelta che rende tutto più selettivo, più raro».

Partiamo dai clienti. Chi si siede ai tavoli de “La Scogliera”?

«Stranieri, soprattutto. Americani, arabi, francesi, famiglie russe, brasiliani. È una clientela che viaggia molto, che frequenta contesti di altissimo livello, che spende tanto e che è abituata all’eccellenza. Ai miei tavoli si sono seduti politici, grandi imprenditori, magnati dell’economia globale come Jeff Bezos e Bill Gates, ma anche icone della moda come Naomi Campbell e Claudia Schiffer. Accanto a loro, una presenza costante è quella dei grandi sportivi. Non sono mancati i campioni del tennis come Roger Federer e Novak Djokovic, oltre a numerosi calciatori. Sinner? Ancora non è venuto. Ma mi farebbe tanto piacere averlo come ospite». Costi e cucina a parte, cosa offre il suo ristorante?

«Chi arriva alla Scogliera cerca qualcosa che non trova altrove. Un luogo isolato, una posizione straordinaria e un’esperienza che comincia già dal viaggio. Ma cerca anche un menù all’altezza di tutto questo, costruito su materie prime di altissima qualità, grande attenzione al pescato e una cucina capace di unire eleganza, tecnica e identità».

Un ospite che ricorda in modo particolare?

«Quattro anni fa, accompagnai al pontile Michael Douglas. Era con i suoi figli. Mi fece i complimenti e mi raccontò di essere arrivato da noi su consiglio di alcuni amici di Los Angeles. In quel momento ho avuto la consapevolezza che “La Scogliera” viaggiava già nel mondo».

Il suo è tra i ristoranti più esclusivi e costosi del Mediterraneo. Lo scontrino medio?

«Si aggira intorno ai mille euro a persona, ma ci sono state anche serate decisamente fuori scala: cene da quattromila euro a testa e tavoli che hanno superato i trentamila euro complessivi con mance da cinquemila euro. È un mondo particolare, frequentato soprattutto dai big del mondo imprenditoriale. Spesso sono loro, più dei personaggi famosi, i veri grandi spender».

Ma lei si definisce più ristoratore, più cuoco o più imprenditore?

«Io cuoco? No, assolutamente. Non saprei nemmeno tenere una padella in mano – risponde sorridendo Andrea Orecchioni –. Mi considero un visionario e un imprenditore. La ristorazione oggi non è solo cucina: è accoglienza, atmosfera, intrattenimento. È far stare bene le persone e farle divertire, creando un equilibrio tra discrezione e spettacolo».

Le sue origini, però, sono molto diverse da questo contesto. Sono origini semplici.

«Sì, è vero, Da ragazzo mi chiamavano “Cicerone”: era un soprannome che mi diedero gli amici di mio fratello e c’era una ragione. Quando i turisti mi chiedevano un’informazione, facevo loro da guida e li accompagnavo nei negozi di alimentari dei miei genitori. Quel nomignolo mi è rimasto addosso negli anni, anche se non tutti lo conoscono».

Ma ci sono stati anche momenti molto duri nella sua vita.

«Dopo le prime attività di famiglia ho vissuto un periodo difficilissimo, con la perdita improvvisa di mio padre e di mio fratello. Ero devastato dal dolore e mi sono fermato. Ho dovuto rimettere tutto in discussione, capire se e come andare avanti. La ripartenza è passata da esperienze diverse. Prima mi sono occupato della gestione di una compagnia privata di traghetti, poi sono entrato nella ristorazione come socio».

Risale al 2005 l’idea di creare un ristorante sul mare che fosse diverso da tutti gli altri.

«Esatto. Un’idea mia e di alcuni amici ristoratori. Ma dopo circa un anno gli altri si sono tirati indietro. Io invece ho deciso di andare avanti, prendendomi tutto il rischio e tutta la responsabilità. A Porto Massimo, dove la mia famiglia aveva delle proprietà, ho visto la possibilità di costruire qualcosa di unico. E così quella Scogliera che inizialmente doveva essere una creazione di gruppo, l’ho totalmente ripensata e riaperta nel 2008. I primi anni sono stati complicati, fatti di relazioni, investimenti e sacrifici. È stata una costruzione lenta, giorno dopo giorno, senza scorciatoie. La vera svolta è arrivata intorno al 2017. Da lì è cresciuta l’attenzione internazionale e La Scogliera è diventata un punto di riferimento per una clientela che arriva da tutto il pianeta».

Il suo è dunque un progetto che continua ad ampliarsi.

«Ho una decina di ristoranti, tra quelli già avviati e le nuove aperture. Ho ampliato anche La Scogliera di Porto Massimo, creando Casa Scogliera. Poi ho inaugurato a Cortina e presto aprirò anche a Santa Margherita Ligure. Ma la Sardegna resta al centro dell’orizzonte e Olbia è una città in cui vorrei investire. È cresciuta tanto, è dinamica e con prospettive importanti».

Nello stesso tempo punta a un’espansione internazionale del brand.

«Non si tratta di una sfida economica: potrei fermarmi anche domani e stare comunque bene. Il mio desiderio è portare qualcosa che ho creato dal nulla nel mondo, ovviamente con il supporto di imprenditori di livello che possano credere nel mio brand. Ma, e ci tengo a ribadirlo sino alla fine, ogni progetto non mi fa mai dimenticare da dove vengo». 

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