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Olbia

La storia

L’architetto Giancarlo Busiri Vici si racconta a 93 anni: «Io, l’Aga Khan e la nascita della Costa Smeralda»

di Stefania Puorro

	Giancarlo Busiri Vici oggi e, accanto, l'architetto (a sinistra) insieme all'Aga Khan
Giancarlo Busiri Vici oggi e, accanto, l'architetto (a sinistra) insieme all'Aga Khan

Il professionista ricorda il principe: «Ci disse che non voleva creare una seconda Costa Azzurra»

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Olbia La voce a volte si interrompe, si perde tra i fruscii della telefonata. Ma il ricordo è lucidissimo. E dentro quelle pause, a 93 anni, Giancarlo Busiri Vici conserva ancora intatta la meraviglia del primo incontro con la Gallura. «Sembrava che quel territorio implorasse: non toccatemi». Quando arrivò nel nord-est della Sardegna insieme al padre Michele Busiri Vici, c’erano il granito, il vento, la macchia mediterranea e una natura così potente da incutere quasi timore. «Sì, sembrava proprio che quel territorio parlasse. Come se avesse paura di essere ferito, cambiato, manomesso». Busiri Vici faceva parte del primo gruppo di architetti chiamati dal principe Karim Aga Khan per dare forma a quella che sarebbe diventata la Costa Smeralda. Con lui, oltre al padre, c’erano Luigi Vietti, Jacques Couëlle e Antonio Simon Mossa, rimasto coinvolto soltanto nella fase iniziale del progetto. Più tardi arrivarono anche l’urbanista francese Raymond Martin ed Enzo Satta. All’inizio il sogno dell’Aga Khan non doveva nascere in Sardegna ma in Corsica. A cambiare il destino della Gallura fu l’imprenditore scozzese John Duncan Miller che convinse il principe a guardare la Sardegna. E quando l’Aga Khan si trovò davanti a quel paesaggio ne rimase folgorato. Era lì che avrebbe realizzato la sua meravigliosa creatura.

Architetto Busiri Vici, vi rendevate conto che stavate lavorando a qualcosa che avrebbe cambiato la storia del turismo nel Mediterraneo oppure all’inizio vi sembrava quasi un progetto visionario?

«No, non c’era niente di visionario. Quando il principe vide questo territorio capì subito che aveva qualcosa di unico. Non era soltanto il mare. Era l’insieme: il vento, le rocce, il silenzio. Era un luogo ancora intatto, quasi sacro».

Che cosa ricorda del primo incontro con l’Aga Khan?

«Fu un incontro quasi misterioso. Mio padre e io viaggiammo sulla nave Tirrenia che partiva alle dieci di sera, perché allora non c’erano collegamenti aerei. Eravamo affamati ed entrammo nella sala ristorante, ma il cibo non era neppure tanto buono. Dall’altra parte della sala c’erano l’Aga Khan e l’avvocato André Ardoin. Li vedevamo, ma non li disturbammo. Quello fu il primo contatto. Un contatto visivo».

E il giorno dopo?

«Arrivammo a Olbia alle 6 del mattino e più tardi ci ritrovammo tutti al Jolly Hotel. Ricordo ancora quella stanza un po’ squallida dove si svolse la prima riunione. Ma quello fu l’inizio di una straordinaria avventura».

Cosa disse l’Aga Khan in quella prima riunione?

«Che non voleva creare una seconda Costa Azzurra. Il paesaggio doveva essere rispettato in modo assoluto».

Che cosa significava concretamente?

«Fare attenzione a tutto. Alle rocce, agli alberi, ai profili naturali della costa. Nulla doveva essere offuscato. Ogni intervento doveva inserirsi in mezzo al verde senza aggredirlo. L’idea non era imporre l’architettura alla natura, ma accompagnarla».

Lei e il resto del team vi sentivate più architetti o custodi del territorio?L’architetto sorride, e si sente anche attraverso il telefono.

«Credo che le due figure coincidessero. Anch’io, come gli altri, mi identificavo nel custode. Sentivamo davvero la responsabilità di proteggere quel paradiso stupendo. A volte, soprattutto d’inverno, sembrava che continuasse a protestare per quello che stavamo facendo. Poi col tempo siamo entrati in sintonia».

Quanto fu importante il lavoro urbanistico?

«Fondamentale. Raymond Martin stabilì che non dovesse esistere continuità edilizia: nuclei distinti, separati dal verde. Tra una zona e l’altra il territorio doveva restare libero».

E Enzo Satta?

«Ebbe un ruolo molto importante successivamente. Dirigeva l’ufficio urbanistico del Consorzio e portò un contributo prezioso».

Tra tutte le opere che avete realizzato, ce n’è una a cui è particolarmente legato?

«Sicuramente il Romazzino è stato uno dei lavori più coinvolgenti. L’Aga Khan ci diede una sfida molto impegnativa: realizzare un albergo da almeno cento camere, tutte vista mare, immerse in un grande parco».

E riusciste davvero a completarlo in un anno?

«Sì. In un anno consegnammo l’albergo, gli arredi e anche i giardini».

Oltre al Romazzino?

«La Stella Maris. È una delle opere più amate e più ammirate».

Quanto era difficile lavorare in quegli anni?

«Moltissimo. Non esistevano computer né cellulari. Disegnavamo tutto a mano. E all’inizio in Sardegna mancavano perfino le infrastrutture e le imprese in grado di affrontare lavori di quella dimensione. Così ci rivolgemmo alla Grassetto di Padova».

E poi nacque anche il Comitato di Architettura.

«Sì, ed è stata una delle intuizioni più importanti. Prima ancora che un progetto arrivasse al Comune o alla Soprintendenza, veniva esaminato dal Comitato di Architettura presieduto dal principe. Lui voleva verificare che tutelasse l’anima dei luoghi».

Guardando oggi la Costa Smeralda, che cosa la rende più orgoglioso?

«Il fatto che sia stata realizzata un’edilizia veramente corretta, rispettosa, gradevole. Credo che ancora oggi rappresenti il miglior esempio in Europa di sviluppo turistico costruito con estrema attenzione».

E c’è invece qualcosa che adesso farebbe diversamente?

«Forse presterei maggiore attenzione alla viabilità. Negli anni Sessanta nessuno poteva immaginare uno sviluppo turistico di queste dimensioni». Che cosa le ha lasciato umanamente l’Aga Khan?

«Un grande entusiasmo. Era un uomo capace di trasmettere energia e visione a chi lavorava con lui. Ma soprattutto aveva capito una cosa fondamentale: quel territorio non doveva essere dominato. Doveva solo essere ascoltato».

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