Nuova scoperta sui bronzetti nuragici: la Sardegna era al centro dei commerci del Mediterraneo mille anni prima di Cristo
Le analisi su rame, stagno e isotopi rivelano che le celebri statuette venivano realizzate con metalli sardi e iberici, confermando il ruolo centrale dell’isola
Sassari La Sardegna nuragica non era una periferia del Mediterraneo, ma un nodo centrale di commerci, miniere e metallurgia. È quanto emerge da una nuova ricerca internazionale che ha analizzato 48 bronzetti nuragici e tre lingotti di rame provenienti dai santuari di Santa Vittoria di Serri, Su Monte di Sorradile, Abini di Teti e da un sito non identificato.
Gli studiosi hanno utilizzato tecniche molto avanzate di archeometallurgia, combinando analisi chimiche e isotopiche su rame, piombo, stagno e perfino osmio. Il risultato è una delle indagini più complete mai realizzate sui celebri bronzetti sardi, le piccole statue votive che raffigurano guerrieri, offerenti, animali e imbarcazioni.
La scoperta principale riguarda l’origine del rame. Secondo lo studio, gli artigiani nuragici usavano soprattutto rame proveniente dal sud-ovest della Sardegna, nell’area mineraria dell’Iglesiente-Sulcis, con la miniera di Sa Duchessa indicata come la fonte più probabile. Ma non solo: parte del metallo arrivava anche dalla penisola iberica, probabilmente dalle miniere della valle di Alcudia o del distretto di Linares, nell’attuale Spagna.
La ricerca, i cui autori sono Daniel Berger (Germania), Valentina Matta (Danimarca), Nicola Ialongo (Danimarca), Heide W. Nørgaard (Danimarca), Gianfranca Salis (Sardegna), Michael Brauns (Germania), Mads K. Holst (Danimarca) e Helle Vandkilde (Danimarca), dimostra inoltre che questi metalli venivano mescolati tra loro durante la produzione dei bronzetti. Una pratica complessa e sofisticata, che rivela un livello tecnologico molto avanzato per l’epoca.
Gli studiosi hanno anche escluso che i nuragici utilizzassero lo stagno estratto in Sardegna. Le firme isotopiche dello stagno presente nei bronzetti non coincidono infatti con quelle dei giacimenti sardi. Lo stagno sarebbe quindi stato importato dall’esterno, probabilmente ancora dalla penisola iberica, lungo le stesse rotte marittime percorse dal rame.
Un altro dato importante riguarda il celebre rame cipriota, diffuso nel Mediterraneo dell’età del Bronzo attraverso i grandi lingotti “a pelle di bue”. Nonostante questi lingotti siano stati trovati in Sardegna, lo studio conclude che il loro rame non veniva impiegato per realizzare i bronzetti analizzati.
Secondo i ricercatori, i risultati cambiano il modo di vedere la Sardegna dell’età nuragica. L’isola non sarebbe stata soltanto una terra che riceveva metalli e influenze dall’esterno, ma un protagonista attivo delle reti commerciali tra Mediterraneo e Atlantico tra la fine dell’età del Bronzo e l’inizio dell’età del Ferro, circa tra il 1000 e il 700 avanti Cristo.
I santuari nuragici avrebbero avuto un ruolo centrale in questo sistema. Luoghi religiosi, ma anche centri di raccolta, lavorazione e redistribuzione dei metalli. Secondo lo studio esisteva probabilmente una rete organizzata che collegava miniere, villaggi nuragici e santuari, con artigiani specializzati impegnati nella produzione dei bronzetti votivi.
La ricerca rafforza anche l’idea di stretti contatti tra Sardegna e penisola iberica. Un legame che non emerge solo dai metalli, ma anche da simboli e armi raffigurati nei bronzetti, simili a quelli presenti nell’Europa occidentale dell’epoca.
Per gli studiosi, dunque, i bronzetti non sono soltanto opere d’arte o oggetti religiosi: sono la prova concreta di una Sardegna inserita nei grandi traffici internazionali del Mediterraneo antico, capace di sfruttare le proprie miniere e di dialogare commercialmente con mondi lontani.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google