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Olbia

Il personaggio

Francesco Sotgiu, una vita per l’Olbia calcio: «Ma adesso aiutateci a ripartire»

di Antonella Usai
Francesco Sotgiu, una vita per l’Olbia calcio: «Ma adesso aiutateci a ripartire»

Ex giocatore e storico dirigente, è stato da poco nominato presidente della nuova società bianca

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Olbia «Certi amori regalano un’emozione per sempre». Lo cantava Eros Ramazzotti, ma potrebbe andar bene anche per Francesco Sotgiu. Si parla di Olbia calcio, naturalmente. «Ho fatto una vita tra bar, amici e calcio» racconta mentre sorseggia il caffè e tiene stretta una busta di carta bianca. Un amore, quello tra Francesco Sotgiu e l’Olbia, che dura praticamente da sempre. Giocatore negli anni Sessanta e dirigente dagli anni Ottanta al 2005. Classe 1947, Francesco Sotgiu, pilastro del calcio cittadino, poche settimane fa è stato nominato presidente della nuova Olbia, la società ripartita dalla Seconda categoria per dare un futuro a 121 anni di storia. Rappresenta le radici, il legame con il passato. Così, dalla busta di carta bianca, Francesco Sotgiu tira fuori tre fotografie segnate dal tempo. Scatti che lo ritraggono ancora ragazzo, con la maglia bianca, e molti anni dopo nelle vesti di dirigente. Solo un piccolo assaggio di un archivio personale fatto di fotografie, documenti, ricordi e ritagli di giornale.

L’Olbia che fu

Orgogliosamente olbiese, Francesco Sotgiu è cresciuto a pane e pallone. «Sono sempre stato appassionato – racconta –. Iniziai nel settore giovanile negli anni Sessanta, con il maestro Piero Spano. Poi passai all’Arzachena, vincendo il campionato con Pasquale Demuro, e giocai qualche anno con la Beretti. Poi ancora tantissimi anni con l’Olbia, ma in un’altra veste». Famiglia, amici e pallone sono stati il motore trainante di una vita. In campo, ma anche sugli spalti. Da tifoso, con il Bella Rosa Club. «Prima della dirigenza, i momenti più belli erano i viaggi al seguito della squadra – ricorda Sotgiu –. Organizzavamo le trasferte a spasso per l’Italia. Anni indimenticabili». Poi, nei primi anni Ottanta, il momento di diventare dirigente. «Questa è una parte del gruppo della dirigenza di allora – dice Sotgiu indicando una delle sue foto –: Gianni Scugugia, Bruno Selleri, Libero Balata, Michelino Rodio, Mauro Putzu e suo padre Romolo. In tanti hanno fatto sì che l’Olbia continuasse la sua grande storia, come Elio Dau, Pietro Luciano e Riccardo Guadagni. Ma i nomi sono davvero tanti, impossibile elencarli tutti. Ci accomunava l’amore sconfinato per l’Olbia e per il calcio. Ricordo che, già dal secondo anno, vincemmo il campionato con un olbiese, Piero Giagnoni, come allenatore». Indimenticabile il periodo di Elio Pintus. «Il numero uno dei presidenti – dice Sotgiu –. Senza voler togliere nulla a nessuno, ovviamente. Ci ha messo amore e soldi e la squadra fu portata fino alla serie C che contava. Ricordo le sfide con il Genova, l’Ascoli e l’Ancona».

L’Olbia che è

Fino a qualche tempo fa, mai avrebbe immaginato di diventare nuovamente presidente (lo fu per un periodo anche negli anni Novanta). Così Sotgiu è tornato in pista per contribuire alla rifondazione dopo la drammatica scomparsa della storica società. «Una delusione grandissima, un dispiacere per la città. Olbia è un’istituzione. Ma la risposta di pubblico che abbiamo avuto nella prima giornata di campionato, sul campo di Monti, è stata magnifica. La speranza è quella di riuscire a tornare a giocare a casa nostra». Il gruppo di amici, tifosi e appassionati, formato da Emiliano Giagnoni e altri olbiesi, ha fatto sì che la nuova società si potesse iscrivere alla Seconda Categoria. «Abbiamo avuto il coraggio di ripartire, ma da soli non possiamo farcela – dice Sotgiu –. La categoria è impegnativa e servono imprenditori che vogliano aiutarci a far crescere l’Olbia con idee, serietà e continuità. È arrivato il tempo di lasciar perdere le polemiche e ripartire tutti insieme. Questi 120 anni di storia non possono sfumare via. Noi ci siamo e il ringraziamento più importante va allo staff tecnico, a Tore Melino e Marco Fresi, e a tutti i giocatori che si sono buttati a capofitto per darci una mano e ripartire».

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